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VITA DA CANDIDATO

Publie le giovedì 10 giugno 2004 par Open-Publishing

La gara all’ingrasso delle preferenze
Dai mercati alle cene elettorali, dagli aperitivi alle notti trascorse a
imbustare lettere. La sfida politica ormai è solo personale

COSIMO ROSSI

«Qualcuno mi deve spiegare cosa c’entrano le preferenze con la politica»,
impreca il Candidato mentre inserisce i nominativi nell’indirizzario a
notte inoltrata. Perché la politica, in effetti, c’entra piuttosto poco con
il lavoro del Candidato: c’entra col candidarsi o essere candidati, ma non
col fare poi il Candidato. Da quel momento in poi la politica prende un
altro nome: si chiama... preferenze. Basta guardarsi intorno: siano
comitati elettorali (con faccione stampato sull’ingresso) o stanze di
partito, è un muro di pacchi tipografici; pacchi di fac-simili, di
depliant, di manifesti, di pieghevoli, di santini per le... preferenze. E,
sui tavoli, lettere, migliaia di lettere già messe in piega e pronte a
essere imbustate; dai volontari di chi gode dell’appoggio di qualche sigla
che li metta a disposizione (associazioni, sindacato, sezioni di partito) e
dagli amici e i parenti di chi concorre praticamente in proprio. Anche fino
alle cinque del mattino.

Perché servono solo le preferenze per esser eletti: in un comune di
qualsiasi grandezza come all’europarlamento. Preferenza singola per i
comuni, tripla nelle liste europee. Mettiamo i Ds, per esempio: per avere
la certezza di sedere sui banchi del consiglio comunale di una città come
Firenze servono 450 voti, più di 300 a Bologna; per arrivare allo scranno
di Strasburgo dal collegio dell’Italia centrale la soglia di sicurezza è
fissata invece in 100 mila preferenze. E quindi serve sottrarre quei voti a
qualcun altro. E a chi, se non chi sta più vicino?

Il «côté democristiano»

Alle europee, per continuare con gli esempi... Nel 1999 l’ultimo degli
eletti nei Ds nell’Italia centrale arrivò a Strasburgo con poco meno di 40
mila voti, mentre ora - con la riduzione degli eletti dovuta
all’allargamento (da 87 a 78, da 17 a 15 nella circoscrizione) e la
concorrenza interna al triciclo - ne servono appunto 100 mila per stare in
sicurezza. Complica di molto i giochi proprio la concorrenza dei partner
della Margherita. Già, perché il rapporto voti di lista/preferenze è sempre
stato un primato centrista, democristiano e anche un po’ delinquenziale.

Al bazar delle preferenze la sinistra è ancora principiante, in fondo. Ma
fin troppo zelante.

«Guarda - snocciola i dati uno sconsolato responsabile della campagna
elettorale della Quercia - alle scorse elezioni nel collegio dell’Italia
centrale i Ds hanno dato la preferenza nel 52 per cento dei voti di lista.
Sai invece qual era il rapporto nel Ppi?». Quale? «L’84 per cento!
...Capito adesso?». Capito eccome. E si capisce anche perché Massimo
D’Alema - in corsa per ottenere almeno un voto in più di Berlusconi nella
sfida diretta della circoscirzione sud - sia deluso e preoccupato
dell’ordine di scuderia diramato da Franco Marini alla Margherita: votare
solo i centristi del triciclo. «Incontriamo poco il côté democristiano»,
lamenta spesso il presidente Ds con i suoi. Perché nel Mezzogiorno - dove
quello post-dc resta il côté più forte - il rapporto voti di
lista/preferenze è praticamente al cento per cento: spesso si spostano
anche i voti di schieramento perché si spostano preferenze. A colpi di
centinaia di migliaia. E a suggellare il luogo comune di una facoltà del
notabilato politico di movimentare preferenze superiore a quella degli
elettori di scegliere i propri rappresentanti.

E la preferenza, ovviamente, non sempre sarà libera, ma sicuramente è
segreta e personale. Quindi, difficile da contabilizzare. Una parte si
conteggia con il lavoro politico, un’altra con quello personale. Più alto è
il livello della rappresentanza, meno privato è il rapporto con la
preferenza: se per arrivare a Strasburgo non bastano certo gli elettori
conosciuti e conteggiati per nome e cognome, per entrare in comune servono
eccome, sono quelli che servono più di tutti. Anche perché al comune la
preferenza è una e soltanto una, perciò ancora più preziosa. E,
paradossalmente, 13 anni dopo il referendum sulla preferenza unica che
doveva moralizzare la politica, degenerativa del costume pubblico.

In ogni partito ciascuno sarebbe in lista per qualche motivo: chi
rappresenta delle categorie, chi è di un’area interna piuttosto che di
un’altra, chi copre a sinistra e chi invece a destra, chi è «espressione
della società civile» ...chi c’è perché c’era. E chi c’era, parte coi
favori del pronostico; di quelli fatti, della ribalta amministrativa e dei
consensi ottenuti: molto più facilmente a livello locale che di elezioni
politiche e europee. Ciascuno candidato dovrebbe anche andare a pescare in
un suo elettorato. Ma al saldo l’elettorato di un partito è uno solo;
pertanto le rincorse alle preferenze non possono finire che per
sovrapporsi. E trasformarsi in una lotta all’ultimo scippo. Financo a
dimenticarsi - non per sbadataggine ma per opportunismo - di chiedere il
voto per il candidato sindaco, come ben sanno (e soffrono) Leonardo
Domenici a Firenze e Sergio Cofferati a Bologna.

Il grosso del lavoro del Candidato, dunque, è sempre quello ancora da fare
nelle quattro settimane di campagna elettorale. Lavoro pesante anche per la
salute, quello del Candidato: che comincia al mattino tra un mercato o
un’azienda e, per chi ha una campagna elettorale fai-da-te, finisce a notte
inoltrata a registrare nomi e indirizzi. Almeno per le prime due settimane;
poi a fine pasto si passa alla stampa, messa in piega e imbustatura lettere.

Fegato fegato spappolato

Per l’organismo è una vera maratona. Si saltella da un’iniziativa a un
aperitivo, da un pranzo a un incontro a un altro aperitivo a una cena a un
dibattito. Dura per il sonno, che spesso finisce per andare in tilt; ma
durissima per la digestione, irrorata di porcherie. E di nuovo, anche nella
complicazione medica, affiora la malevola complicità della preferenza. «Il
pranzo e l’aperitivo elettorale sono sempre più frequenti», racconta
infatti il collaboratore di un Candidato per Strasburgo tirando fuori
l’agenda della giornata: si va dai cocktail con le categorie
imprenditoriali di una provincia al pranzo con la candidata sindaco; dalla
merenda in un circolo con altri candidati della zona a una cena elettorale
con le associazioni. Passando per visite nelle aziende, convegni, comizi,
volantinaggi. Alcool spesso andante, salumi, pizzette, pietanze bisunte;
raucedine, gastrite, ipertensione e trigliceridi.

E’ lungo questo calvario gastro-politico che si incrociano i candidati dal
basso verso l’alto, dal consiglio di circoscrizione al parlamento europeo.
Soprattutto gli aspiranti sindaci e consiglieri comunali con quelli in
corsa per Strasburgo. L’interesse, del resto, è reciproco: il Candidato in
comune farà ponti d’oro all’aspirante eurodeputato, il Candidato in Europa
batterà a tappeto i comuni al voto.

Poi le strade si separano. Nella corsa verso Strasburgo in sella al
triciclo il Candidato punta, ovviamente, in primo luogo sul proprio
partito, sulla regione di provenienza, sulle grandi organizzazioni come la
Cgil (per i Ds) o la Cisl (per la Margherita), su pezzi di imprenditoria
piuttosto che altri, su un certo associazionismo anziché un altro.

Una semplice telefonata, ed ecco presentarsi a comitato elettorale quattro
pensionati iscritti al sindacato per imbustare le lettere: 40 mila,
indirizzate ai più svariati gruppi di elettori; dai giovani alla prima
esperienza agli agricoltori alle casalinghe, tanto per citare tre gruppi.
E’ l’arte dell’indirizzario. Che diventa arte di cesello nella corsa per il
consiglio comunale: liste nominative fornite da amici e parenti, aderenti a
un’area politica interna, firmatari di appelli... Ma si arriva a fare
peggio con case di cura o di riposo: perché la sanità è probabilmente il
settore in cui il degrado preferenziale è più inquietante e burocratizzato.
Ma tant’è, ogni candidato ha le sue liste ben distinte, il proprio
databese. Si incrocia il nome suggerito da qualcuno o trovato sotto una
certa chiave con l’albo pubblico degli elettori ...et voilà, il gioco è
fatto: surfando ai bordi della liceità e al cuore della privacy.

Per ogni indirizzario c’è una lettera ad hoc, un depliant, un santino.
Dalle 40/50 mila lettere per conquistare uno degli ultimi posti nella volta
per Strasburgo, alle 3 mila per un capoluogo di medie dimensioni. Il
piega-e-imbusta è un lavoro infame, tagliente, che molti si fanno da soli,
con gli amici, coinvolgendo nonne e zie. Per quanti voti? La regola è
aurea, stabilita dai pubblicitari statunitensi del dopoguerra: compra il 3
per cento dell’acquirente potenziale. Se l’indirizzario è particolarmente
ben ponderato, si può arrivare al doppio. E più si scene nel profondo del
territorio ancor più efficace diventa il database (l’accessorio destinato a
crescere a dismisura nell’arco di una carriera politica).

Non per soldi ma per denaro

Il resto è materiale non personalizzato per il destinatario: «Ottomila
manifesti, 150 mila pieghevoli, 150 mila santini, 35 mila fac-simili» conta
un collaboratore del Candidato per le europee; manifesti vietati, 5 mila
pieghevoli, 20 santini per una corsa al comune. E sito Internet per tutti,
ovviamente. Ma serve davvero? Per le europee «sì, serve - ci dicono da un
comitato elettorale - L’altro giorno un elettore ci ha scritto, gli abbiamo
risposto e ci è venuto a trovare. Raccogliamo anche un po’ di fondi con le
carte di credito». La rete consente la diffusione del materiale e
l’intercettazione di chi è disposto a dare un aiuto volontario: che un
giorno clicca in rete e il giorno dopo fa una capatina al comitato
elettorale. Ma certo ancora in Italia non siamo ai livelli degli Stati
uniti, dove il candidato democratico alla presidenza John Kerry ha raccolto
attraverso il proprio sito ben 10 milioni di dollari in 10 giorni. «Nemmeno
10 euro», sorride infatti il Candidato in comune.

Già, perché la corsa all’ultima preferenza non è quella alla Casa bianca,
ma significa anch’essa soldi, sempre più soldi: perché c’è sempre qualcuno
pronto a spendere di più per vincerla. «Nel `99 spendemmo 60 milioni -
confida il coordinatore della campagna elettorale di un eurodepuato -
quest’anno penso che spenderemo sui 50/60 mila euro». Raccolti come? Con le
offerte volontarie e nient’altro: feste di sottoscrizione e grandi
elettori. Perché poi arrivano sì i rimborsi pubblici, «ma si fermano a Roma
e non li rivedi mai». Chi prova a nobilitare la gara smercia l’idea
mistificatoria che rincorrendo le preferenze con ogni mezzo si vanno a
pescare voti dall’altra parte della barricata. E giustifica così lo
sperpero di cene, inchiostro, spot radio, megafoni gracchianti in giro per
la città, gelati ai bambini nei parchi, ricchi premi e cotillon che sempre
più spesso travalica l’autodisciplina interna che i partiti della sinistra
tentano invano di imporsi: 3.500 euro hanno fissato a Firenze i Ds per i
loro candidati che sempre più spesso non badano a spese.

Per lo più, invece, le zone del territorio dove non ci sono consensi
vengono sempre più frequentemente disertate - abbandonate alla conquista
dell’astensionismo, della destra o di pochi temerari all’antica -, perché
«tanto lì non ci sono preferenze», e i voti si preferisce sottrarseli a
vicenda: il pacifista scippa il pacifista, il povero fa la gara sul povero
...e chi ha più soldi, rapina tutti.

Il Manifesto