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Sono cento racconti brevi o brevissimi che nell’insieme ricostruiscono, in un’unica vicenda, la Milano dal 1968 al 1977 di un ragazzo della nuova sinistra. Un compagno di base, non un dirigente, né un pentito. Non si parla di analisi politiche o dispute ideologiche, ma di amore, amicizie, famiglia, lotte e scontri concreti. Si legge un “clima”, un’umanità. Sono storie anche vere ma che trascendono, con la scrittura, l’autoreferenzialità. (...)
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Alice fugge da Psycho - La magica “Tideland” di Terry Gilliam

di : lora
giovedì 29 giugno 2006 - 15h24
JPEG - 64 Kb

A Bologna in anteprima per la rassegna “Le parole sullo schermo”, l’ultima fatica dell’ex Monty Phyton La magica “Tideland” di Terry Gilliam

di Davide Turrini Bologna

Nella tana del coniglio, giù in fondo al tunnel, al buco nero, dove sogno ed incubo si confondono, dove fantasia e realtà si accavallano e lo spaesamento, la mancanza di appigli, la dimensione ludica dell’invenzione prendono il sopravvento. Torna Alice nel paese delle meraviglie, ma con sensibili varianti. Anche se poi il paese delle meraviglie di Tideland è il set naturale del Saskatchewan canadese: rigogliosa e sconfinata distesa di campi di grano per la piccola Jeliza-Rose del film, territorio fiscalmente vantaggioso dove i film si girano a metà prezzo.

Terry Gilliam somiglia sempre più a se stesso: impressionante camicione verde, blu, rosso e giallo con palme e foglie da Caraibi, pantaloni giallastri con rigonfi tasconi laterali, avambraccio e pollice destro steccati e ricoperti da sottili striscette di adesivo verde, alla veneranda età di 66 anni il regista americano (ma da tempo naturalizzato in Inghilterra) gioca ancora con l’esibizione del proprio personaggio, appare e ridacchia sul tavolone della sala Cervi della Cineteca.

Glorioso membro dei Monty Phyton, regista dei suoi confratelli di burle in Monty Phyton e il sacro Graal (1975) e The meaning of life (1983), ma anche spropositato costruttore della terra di Brazil (1986) che sembra tanto l’America e l’Occidente spione ed impaurito di oggi, Terence Vance Gilliam ha sempre demandato al cinema una funzione intrattenitrice, un piacere visivo prima di tutto, una sinfonia di sequenze oniriche, spesso bagnate e sciolte nell’acido lisergico di qualche pusher londinese.

Tideland, sua ultima creatura in anteprima al festival de “Le parole dello schermo” (organizzato dalla Cineteca di Bologna e attivo fino a venerdì prossimo) è, appunto, l’ennesima variazione sul tema Alice, coniglio e animaletti parlanti. L’opera quattordicesima di Gilliam segue le orme di babbo Jeff Bridges, eroinomane e chitarrista rock-blues, più figliola al seguito, alla ricerca dello Jutland, dopo la morte della mamma per presunta tisi.

Viaggio, avventura, pellegrinaggio nelle terre, nelle lande, nelle dimensioni spaziali che sono oltre l’immaginazione, Tideland prende le mosse dal racconto omonimo di Mitch Cullin e porta Jeliza-Rose (la dodicenne Jodelle Ferland che potrebbe concorrere con qualsiasi star di Hollywood) in una specie di casa in mezzo al grano, al vento, all’albero di Giuda, tra una strega presunta e un epilettico ridanciano, entrambi dediti ad una strana e sinistra passione per la tassidermia.

Lei, Jeliza-Rose/Alice adora il mondo dove gli scoiattoli parlano, dove le teste di bambola danno suggerimenti, dove non si deve andare a tavola per adempimento di dovere e magari si mangerà più tardi. Bridges che rifà il Big Leboswki dei Coen, zeppo fino a morirne di eroina, caracolla e si piazza su una poltrona, perno materiale e successivo riassestarsi di logiche narrative e funzioni formali.

Vivida e icastica, la Tideland di Gilliam sembra ogni tanto la meccanicistica Alice di Svankmajer, ma anche un pauroso horror alla Tobe Hooper. I protagonisti, fantasmi, ombre colorate di una fiaba cattiva, che enumera trip visionari con gli occhi di bambina, dove in fondo ad un pozzo svolazzano a mezz’aria teste di barbie e le siringhe usate di papà, stanno in scena per destabilizzare, per scuotere, per rianimare l’edulcorante versione dell’infante innocente, ci dice lo stesso Gilliam: «sono stanco di vedere che in Gran Bretagna e Stati Uniti i bimbi vengono rappresentati dalla televisione e dai media o come in costante pericolo di vita appena mettono il naso fuori di casa, oppure li si rende figure sentimentali e strappalacrime.

Non volevo che la Jeliza-Rose del film ne uscisse come una figura caricaturale di bambino». Per il regista che ha rifiutato la cittadinanza americana (per motivi fiscali, dice lui) è la paura l’elemento fondamentale che ammanta i personaggi di Tideland: esseri umani disperati, pieni di cicatrici, dediti alla ricerca di amore chi nella droga, chi nel fondamentalismo religioso, chi nel bere.

Cercare una chiave di lettura che vada oltre l’espressionismo figurativo, la passionalità nella costruzione del quadro, la dicotomia delle pulsioni basilari degli uomini, sarebbe snaturare l’intera poetica del regista oramai inglesizzato: «sono vittima io stesso delle favole con le quali mi si è strutturata nella mente una visione del mondo. Invidio gli scrittori che sanno scrivere cose del genere tanto che cerco sempre di andare all’osso del significato del libro, visto che il mio approccio al cinema non è intellettualistico ma assolutamente viscerale».

www.liberazione.it


Terry Gilliam presenta a Bologna il suo nuovo mistero, «Tideland», aprendo «Le parole dello schermo», festival di cinema e letteratura

di Elfi Reiter Bologna

«Ci prenderemo cura l’una dell’altra», dice la signora ferita alla bimba Jeliza-Rose, entrambe sedute in mezzo a un terribile incidente ferroviario alla fine di Tideland, il nuovo film di Terry Gillian presentato ieri sera in anteprima al Cinema Arlecchino per «Le parole dello schermo», festival dedicato a cinema e letteratura organizzato da comune e Cineteca di Bologna. Quel «prendersi cura» forse è ciò che Gillian stesso ha fatto nei confronti dei suoi personaggi e che in conferenza stampa ha definito «feriti, alla ricerca di amore».

Ognuno a modo suo: Noah, il padre di Jeliza-Rose, una ex rock star, si spara una dose letale d’eroina in vena (Jeff Bridges, «attore zen straordinario», ha voluto recitarlo anche da morto imparando a trattenere il respiro per i ciak lunghi anche due minuti); Dell, sorella dell’epilettico Dickens (che assieme vivono nella casa poco lontana, ma lo stesso sperduta tra i campi e i prati gialli di questa magicamente estesa e visivamente deformata «terra di maree») si tuffa in pieno nel fanatismo religioso e crede che imbalsamare animali e persone doni loro una seconda vita; la stessa Jeliza-Rose si immerge nel suo mondo immaginario di piccola donna animando sogni e visioni con teste di bambole, parrucche e vestiti; e il già citato Dickens, un giovane rimasto bimbo mentalmente, viaggia nella veste di uomo delle terre o capitano del sottomarino Lisa in universi incredibilmente e meravigliosamente fantasmagorici.

«Alice nel paese delle meraviglie incontra Psycho», leggiamo nel press book, infatti questa fiaba teneramente horror fa viaggiare non poco la memoria cinematografica, dal citato film hitchcockiano alle Cinque bambole per luna d’agosto di Mario Bava, ma soprattutto è un attraversamento shakerato del mondo delle fiabe e dell’immaginario surreale. Non mancano riferimenti ironici e non alla storia di Cristo, ma a questo proposito il sempre sorridente Terry Gillian afferma che «piuttosto è un riferimento ai fanatismi degli evangelisti americani che stanno prendendo molto piede negli Usa».

Il film è tratto dal racconto omonimo di Mitch Cullin che lo aveva affascinato sin dalla prima lettura nel 2001. Questo progetto è precedente all’escursione nelle fiabe dei fratelli Grimm, e alla domanda se il regista di Brazil e Delirio e paura a Las Vegas si può considerare ormai un narratore di fiabe, egli risponde con un laconico «sono vittima di chi me le ha narrato da piccolo, soprattutto quell’I vestiti nuovi dell’imperatore di Andersen che fa vedere il mondo attraverso gli occhi dei bambini, un aspetto che ci turba spesso».

Tideland è infatti un film dalla parte dei bambini, dove tenerezza e crudeltà, serietà e humour viaggiano su binari paralleli, incontrandosi e scontrandosi, per creare quei corti circuiti emotivi durante la visione, proprio come quel treno che nell’immaginazione di Dickens è lo squalo-mostro che ingoia tutti, e che con gioia lui avrebbe voluto far saltare in aria con la dinamite nascosta nella sua stanza degli orrori, e dove accanto giace la nonna imbalsamata come una strega. «Il libro è più facile da leggere, perché scritto in prima persona, nel film il racconto si fa impersonale e sovrappone visioni e visionarietà di tutti», aggiunge il regista americano che da poco è cittadino inglese («perché no?, ho lasciato gli Usa tanti anni fa e ho voluto essere onesto con quel che sono, ma era anche una questione di tasse...»).

Stanco di assistere alla sentimentalizzazione dei bambini, ma anche alla loro vittimizzazione nei media, Terry Gillian ammette di aver fatto Tideland forse anche perché si era accorto che il figlio dodicenne dopo aver letto giornali e guardato la tv non voleva più uscire da solo nella zona di Londra dove abitano, che pure è un quartiere bene. «Non so come sia qui in Italia, ma negli Usa e in Gran Bretagna si parla di costanti pericoli per i piccoli, e di situazioni che pure non rispecchiano la realtà», precisa. Poi racconta che la coproduzione con la Caprifilm canadese ha fatto sì che il film fosse girato in Canada e l’ha fatto scoprire attori straordinari come i giovani Brendan Fletcher (Dickens) e Jodelle Ferland (Jeliza-Rose) che nonostante la giovanissima età aveva già lavorato in 25 serial tv. «Era strana, molto professionale, faceva il suo lavoro.

Aveva perfettamente compreso libro e sceneggiatura, e la dovevo solo guidare, anzi, se le avessi dato più indicazioni sul set avrebbe finito per imitare una bambina! Così l’ho solamente incoraggiata a giocare con la sua parte» (il termine inglese per recitare, play, significa anche giocare, implicando quindi il doppio senso, ndr). Nel libro il personaggio è già adolescente, ma facendo il casting Gillian si era accorto che «oggi le ragazzine sono meno bimbe, aspirano già a fare la topmodel, per cui ho optato di abbassare l’età di Jeliza-Rose nel film». Come lavora sulle favole? «A volte mi sento invidioso degli scrittori, uso il loro talento, ma devo sentirmi sulla stessa lunghezza d’onda. Per Tideland abbiamo cambiato alcuni passaggi e Mitch Cullin si era molto arrabbiato, perché avevamo alterato troppo la storia riducendo il libro all’osso della sua struttura».

Non segue un approccio intellettuale, dice, «sono piuttosto viscerale nel tradurre le sensazioni che mi ha trasmesso un libro». Tideland farà discutere, ma a lui piace quando l’audience si divide, «preferisco le persone intelligenti e sensibili che vanno al cinema non solo per passarci due ore!».

www.ilmanifesto.it


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