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Sono cento racconti brevi o brevissimi che nell’insieme ricostruiscono, in un’unica vicenda, la Milano dal 1968 al 1977 di un ragazzo della nuova sinistra. Un compagno di base, non un dirigente, né un pentito. Non si parla di analisi politiche o dispute ideologiche, ma di amore, amicizie, famiglia, lotte e scontri concreti. Si legge un “clima”, un’umanità. Sono storie anche vere ma che trascendono, con la scrittura, l’autoreferenzialità. (...)
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Nichi, ricordi quando tu e Lucio ed io…

di : Citto Maselli
lunedì 2 giugno 2008 - 12h26

Lettera di Citto Maselli a Vendola

A proposito del Prc, del congresso, degli eccessi polemici. Caro Nichi, eravamo seduti vicini a Rimini, alla prima conferenza fondativa di quello che sarebbe diventato il partito della rifondazione comunista. Io formalizzai l’iscrizione subito dopo di te e insieme cominciammo un lavoro non semplice né facile.

Prima perché il nuovo partito si chiamasse della rifondazione comunista, poi perché continuasse a essere tale. Io dall’interno della direzione del partito tu dall’interno del settimanale che volemmo si chiamasse Liberazione, ricordi? Tu a quel tempo scrivevi libri bellissimi, direi straordinari. Ne compravo sempre tante copie per distribuirli a quei compagni che non li conoscevano. Discutevamo di tutto e mille volte accadeva che per criticare una posizione di Cossutta o Rizzo - oppure di Serri o Magri, ricordi una riunione a casa sua? - si usassero esagerazioni polemiche, aggettivazioni immaginifiche, semplificazioni facili e schematizzazioni di comodo: come quella che te e Giordano usate quasi giornalmente sui giornali di tutti i tipi tendenze e appartenenze secondo cui i firmatari del documento che ho sottoscritto programmano un partito chiuso, un partito fortilizio, un partito traditore della storia di Rifondazione.

O addirittura che avremmo effettuato un “golpe” per aver cambiato la maggioranza nel nostro comitato politico e aver voluto un comitato di gestione rappresentativo di tutti per i due mesi che ci separano dal congresso. Golpe? Odio? Violenza? L’hai visto mai un golpe in un partito dove il rispetto per l’ex segretario dimissionario è tale da conservagli spazi e collaboratori, oltre a un giornale che deliberatamente non abbiamo messo in discussione e che continua il suo lavoro costante e spregiudicato di appoggio al vostro documento?

E non continuo con le citazioni di tutte le banalità tra imbarazzanti e insultanti che ci è toccato leggere in queste settimane non su un blog ma su tutta la stampa nazionale quotidiana e periodica, sparate in pagine intere e moltiplicate nelle televisioni pubbliche e private che come è noto informano e disinformano ogni giorno milioni e milioni di italiani. Non continuo con questo tipo di racconto perché non voglio usare lo stesso schema d’impatto garantito che hai usato tu nelle ventuno righe con cui inizia la seconda pagina della tua lettera sul partito e sul dolore. Perché dal dolore siamo traversati in tanti ed è anche vero che le semplificazioni violente si usano oggi come si usavano quindici anni fa seppure certo ben lontani, allora, dalla grande stampa d’informazione e di destra. Pensa al target perfetto che noi, difendendo il futuro di un partito dai rischi di un suo “superamento”, rappresentiamo per quelle accuse manco a dirlo di stalinismo che nei cinquant’anni che ci separano da un famoso congresso sovietico vengono rivolte ai comunisti ogni volta che può far comodo. Nota, poi, che per chi è comunista militante dal giugno del quarantaquattro non è che una variante delle tante formule con cui siamo stati classificati dai tempi dell’ Uomo qualunque de Il borghese o di quel Candido che se ne inventava una alla settimana, anche divertentissime.

Ma il punto è qui: nelle polemiche si esagera e in quelle precongressuali non ne parliamo. D’accordo. In particolare bisogna stare attenti a non ferire oltre un limite, a non rischiare di spezzare nessuno. D’accordo. E allora proviamo a discuterne, magari darci delle regole. Partendo da me e, per cominciare, dalla critica forse troppo aspra al tuo documento che ho esposto a un pubblico di compagni giorni fa. Dagli appunti che avevo preso leggendo il documento con la tua firma credo di aver cominciato dalle due cose che mi avevano particolarmente colpito. Quando a pagina 16 si accenna al partito come intellettuale collettivo ma poi si dice che gli intellettuali non devono essere più considerati utili compagni di strada o brillanti interlocutori ma devono diventare «i protagonisti della creazione di un nuovo senso di società» (la sottolineatura è mia). E poi si prosegue indicando che di quel “nuovo senso di società” il partito deve essere prima propulsore, poi “interprete” e infine “seguace”. Su tutta questa concezione e questi termini ho sicuramente espresso un giudizio fortemente negativo ma ricordo di aver aggiunto che era purtroppo difficile non collegarli al finale del documento.

Dove si parla dell’impresa alla quale oggi «le nuove comuniste e i nuovi comunisti» sono chiamati come di un lavoro di lunga lena che non ha approdi certi ma che «costituisce un’avventura affascinante che vale la pena di vivere». Fine del tuo documento e istintivo, direi naturale richiamo a Byron nei primi anni dell’Ottocento. E poi allo straordinario “dandismo” di Baudelaire, all’”Eugenio Oneghin” di Puskin che non a caso si rifaceva all’”Aroldo” byroniano. Ma soprattutto - dicevo - bisogna davvero risalire a D’Annunzio per ritrovare l’idea di una qualunque cosa che “vale la pena di vivere” in quanto “avventura affascinante” (la sottolineatura è mia). Non a caso, credo di aver aggiunto, è da Byron forse più che da Chateaubriand che si fa risalire tutto il grande filone “superuomistico” che traversa i due secoli scorsi e che oggi ci porta dritto dritto alla figura del “guru”. E’ una forzatura? Ricordo che me lo domandavo tornando tuttavia a quel termine: “seguace”. Perché l’idea di un partito destinato a diventare seguace delle creazioni concettuali di un gruppo di intellettuali ci porta comunque da quelle parti al limite del mistico. Né, si badi, nel tuo documento si è voluto metaforizzare l’intellettuale in senso gramsciano: dopo averlo citato, infatti, si specifica poi che oggi vanno resi protagonisti e creatori quegli stessi intellettuali che «non sono più» - e dunque ieri erano - gli «utili compagni di strada o i brillanti interlocutori» che tutti conosciamo.

E fin qui avevo svolto una riflessione critica con qualche verve polemica ma credo comunque lontana dalle “livide fantasie” cui accenni nel finale della tua lettera. Se sbaglio parliamone e farò di tutto per correggermi in futuro, ma il dubbio vero che ho riguarda una probabile scorrettezza che ho compiuto dopo. Infatti prima di andare al teatro Colosseo dove presentavamo la nostra mozione, ho cercato la definizione di “guru” sull’enciclopedia universale Garzanti che avevo sottomano. E me la sono scritta su un foglietto che mi sono messo in tasca. Diceva: «maestro spirituale che indica ai discepoli il cammino per giungere alla saggezza suprema».

Ecco, devo ammettere che quando ho cominciato a leggere quelle tredici parole che si ricollegavano chiaramente al termine “seguace” eccetera, mi sono reso conto di avere quasi sicuramente esagerato, di avere giocato sul facile. Come chiunque di noi quando ricorre a certi classici e collaudati effetti emotivi o alla solidarietà potente, cinica e ulcerante della grande stampa.



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