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intellettuali israeliani discriminati da Israele ai quali mandare auguri di buon

di :
giovedì 1 gennaio 2009 - 06h03


« Di Francesco Forlani, Lorenzo Galbiati, Daria Giacobini, Diego Ianiro, Andrea Inglese, Fabio Orecchini.

È ECCO LA LISTA (e perdonateci per quanto puo’ essere lacunosa.)

Roy Arad Poeta e musicista israeliano, nato nel 1977. Tra i fondatori del periodico letterario Maayan, ha pubblicato tre libri tra cui “The nigger”. Il suo stile poetico, chiamato “Kimo”, è stato definito “l’adattamento ebraico degli haiku giapponesi”. Autore di una canzone contro la guerra in Libano, Arad è un attivista per i diritti civili dei palestinesi. Una sua poesia, scritta per l’esposizione dell’artista Michal Helfman alla Biennale di Venezia del 2003, è disponibile in inglese qui.

Gilad Atzmon Nato a Gerusalemme nel 1963 da famiglia dalle “solide e orgogliose convinzioni sioniste”, Atzmon comincia un lungo e complesso percorso di “allontanamento” dal sionismo grazie alla musica: “Scoprire che Parker era nero è stata una rivelazione: nel mio mondo, le cose buone erano involontariamente associate solo ad ebrei. Bird è stato l’inizio del viaggio”. Nel 1982 si trovò a combattere in Libano durante il servizio militare obbligatorio: l’esperienza maturò nel distacco dal suo paese, che lasciò definitivamente nel 1993, in una sorta di autoesilio. Oggi vive a Londra con la sua famiglia, e si autodefinisce “palestinese di lingua ebraica”. Atzmon è un sassofonista e compositore jazz di fama internazionale: con il gruppo The Orient House Ensemble ha realizzato sei album, l’ultimo dei quali è uscito a fine 2007. Ma è conosciuto anche come scrittore e attivista politico, una delle voci più critiche nei confronti del governo israeliano e dell’ideologia sionista, al vertice delle “balck list” stilate dai gruppi ultraortodossi (e non solo). Il suo è un attacco frontale all’artificio identitario di cui il sionismo è stato vettore attraverso una rifondazione posticcia dell’ebraismo confessionale:

“Il Sionismo ha fondato una lingua (l’ebraico), ha fornito l’ebreo di una concreta dimensione geografica (Eretz Israel), ha trasmesso l’immagine di una cultura (il nuovo folklore ebraico) ed è riuscito persino a presentare una falsa immagine di una polarizzazione politica ed etica (sinistra e destra). Se i fondatori del Sionismo tentarono di salvare l’ebreo diasporico dalla sua condizione anomala, ebbene dobbiamo ammettere che allora il Sionismo è riuscito nei suoi intenti e ha adempiuto alla sua missione. Il successo del Sionismo non ha nulla a che vedere con l’ideologia, la politica o le sue pratiche devastanti. Ovviamente, non sono molti gli ebrei che comprendono che cosa rappresenti il Sionismo (ideologicamente, politicamente, eticamente e praticamente). Non sono molti gli ebrei diasporici che cedono apertamente alla scuola di pensiero sionista e alla sua prassi amorale. Al contrario, essi aderiscono al “folklore israeliano”, alla bizzarra parola ebraica, al falafel e all’humus che erroneamente identificano con Israele (piuttosto che con la Palestina). Cantano al ritmo di musica israeliana, che si tratti di Hava Nagila, Yafa Yarkoni o Yeuda Poliker. Per quelli che non comprendono, la “cultura israeliana” è un diretto prodotto del progetto sionista. Ovviamente, la cultura ebraica moderna è riuscita a depredare il mondo del simbolismo ebraico. Il Sionismo ha fondato una nuova forma di affiliazione tribale ebraica.” [da Lo Tzabar (Sabra) e il Sabbar (Fico d’india): riflessione su Memoria e Nostalgia, tradotto da Diego Traversa qui]. Atzmon è autore di due romanzi (mai tradotti in italiano) di “satira fantapolitica” dal discreto successo: A Guide to the Perplexed (Serpent’s Tail, 2002), tradotto in molte lingue, e My One and Only Love (Saqi Books, 2004). La versione ebraica di A Guide to the Perplexed fu vietata in Israele poche settimane dopo l’uscita (2001), anche se oggi ne è disponibile una nuova ristampa. Un’intervista a Gilad Atzmon tradotta in italiano: http://www.kelebekler.com/occ/talens.htm Il sito ufficiale: http://www.gilad.co.uk

Meron Benvenisti Nato nel 1934 a Gerusalemme da padre sefardita e madre ashkenazita, è uno scienziato e uomo politico israeliano. Svolse mandati amministrativi a Gerusalemme fra il 1971 e il 1978, con particolare riferimento alla zona Est e alle sue vicinanze arabe. E’ un critico acuto della politica israeliana riguardo la Striscia di Gaza, e più in generale della linea Sharon. Sostiene l’idea di uno stato “binazionale”, scrive per Ha’aretz, The guardian e Le Monde Diplomatique e ha pubblicato diversi libri sul tema: West Bank Data Project: A Survey of Israel’s Policies (1984), Intimate Enemies: Jews and Arabs in a Shared Land(1995), City of Stone: The Hidden History of Jerusalem (1996). L’ultimo è Sacred Landscape: Buried History of the Holy Land Since 1948 (University of california press, 2002) più la recentissima autobiografia Son of the Cypresses: Memories, Reflections, and Regrets from a Political Life (2007). Con Benny Rubenstein ha pubblicato The West Bank Handbook: a Political Lexicon (1986). Da un articolo del Manifesto di M. Giorgio (24/11/2006): “Meron Benvenisti […] punta l’indice contro il pacifismo di maniera. Benvenisti, in un commento su Haaretz, ha accusato Grossman di aver parlato a nome di quella parte della popolazione ashkenazita, laica, nazionalista e vagamente socialista - che continua a pensare che il modello israeliano era perfetto ma si è rovinato dopo l’occupazione di Cisgiordania e Gaza nel 1967. L’intellettuale ha sottolineato che Grossman non ha condannato la decisione del governo Olmert di scatenare una guerra contro il Libano (nella quale peraltro lo scrittore ha perduto un figlio, Uri) ma la sua gestione. «In ciò la sinistra si è unita a coloro che lamentano la perdita della capacità di deterrenza, in modo da preparare Israele per nuovo round di battaglie», ha scritto Benvenisti. «Dove era (nel discorso di Grossman) l’appello alla lotta contro l’ingiustizia provocata dal muro, dall’assedio attuato con posti di blocco in Cisgiordania e contro Gaza, dove era l’appello contro l’uccisione di donne e bambini, la distruzione delle istituzioni dell’Anp, la deportazione di famiglie palestinesi perché prive di documenti?», ha concluso.”

Avraham Burg Nato presso Gerusalemme nel 1955, sua madre fu tra i sopravvissuti del massacro di Hebron del 1929. Ha ricoperto la carica di Speaker alla Knesset (equivalente pressappoco al nostro Presidente della Camera) dal 1999 al 2003, ed è stato presidente dell’Agenzia Ebraica per Israele; oggi è parlamentare laburista. Nel 2007 ha scritto Lenazeach et Hitler (Vincere Hitler), testo con cui si “congeda” dal sionismo, sottolineando la contraddizione nel definire uno Stato contemporaneamente “ebraico” e “democratico”, cosa che lo porta a individuare nel paese “la versione contemporanea della Germania degli anni ‘30″. Online è disponibile un suo articolo in italiano La morte del sionismo. Dati e commenti in italiano, qui: http://www.metaforum.it/forum/showt... .

Uri Davis Nato a Gerusalemme nel 1943, è un intellettuale e attivista israeliano. I suoi interessi principali sono l’apartheid e la democrazia nel Medio Oriente e in Israele; si è distinto per la lotta a favore dei diritti umani in Palestina. E’ stato vicepreseidente della Israeli League for Human and Civil Rights e ha pubblicato numerose opere di geopolitica, fra cui Israel: An Apartheid State (1987), Citizenship and the State in Middle East (2000) e Apartheid Israel: Possibilities for the Struggle Within (2003). Membro del Palestine National Council, si descrive come “Ebreo palestinese antisionista”. È disponibile online il suo Apartheid in Israele and the jewish national fund of Canada.

Lev Luis Grinberg Nato a Buenos Aires nel 1953. Sociologo ed economista, è direttore dell’Humphrey Institute per la Ricerca Sociale alla Ben Gurion University. Nel 2004 ha esortato la comunità europea ad intervenire direttamente per fermare il “genocidio simbolico” dei palestinesi e “salvare” Israele da se stesso: “Incapable of getting beyond the trauma of the Shoah and the insecurity that it caused, the Jewish people, supreme victim of genocide, is currently inflicting a symbolic genocide on the Palestinian people. Because the world will not permit a total elimination, it is a partial annihilation that is going on. As a child of the Jewish people, and as an Israeli citizen, I condemn this abominable act and appeal to the international community to save Israel from itself; specifically, I exhort the European community to intervene in a direct and forceful manner to stop this blood bath. The complex ties between the Jewish people and Europe have not yet been severed, and it is time to act; not because Europe should exorcize its guilt, but indeed because it is also responsible for the future of the world”. Autore dello studio sulle politiche del lavoro e del mercato in Israele Split Corporatism in Israel (SUNY Series in Israeli Studies, 1991). In Italia è stato pubblicato un suo articolo nel volume Parlare con il nemico. Narrazioni palestinesi e israeliane a confronto (Bollati Boringhieri, 2004).

Jeff Halper Jeff Halper, ebreo nato negli Stati Uniti, è stato attivista per i diritti umani sin dagli anni ’60-’70 (contro la guerra del Vietnam) ; si è trasferito in Israele nel 1973, dove oggi vive con la famiglia. Urbanista, antropologo, già docente alla Ben Gurion University, nel 1997 è il co-fondatore (oggi coordinatore) dell’Icahd, il Comitato israeliano contro la demolizione delle case dei palestinesi. Per questo suo immenso lavoro di raccolta fondi e ricostruzione l’ AFSC lo ha nominato per il Nobel per la Pace nel 2006. Per saperne di più sull’ ICAHD: http://www.icahd.org/eng/ Nel suo libro più conosciuto, Obstacles to Peace: A Reframing of the Palestinian-Israeli Conflict (Paperback, April, 2005), Halper fornisce un’analisi sul campo di come l’avanzata degli insediamenti israeliani, abitazioni e vie di comunicazione, stia soffocando la vita, le aspirazioni del popolo palestinese, riducendo al minimo la prospettiva di sicurezza nell’area. E al tempo stesso è il superamento della teoria enunciata nel 2003 all’Onu di un solo stato ebraico e palestinese. Di imminente pubblicazione An Israeli in Palestine: Resisting Dispossession, Redeeming Israel (PlutoPress, 2008)

Yitzhak Laor Yitzhak Laor è nato nel 1948 a Padres Hannah, in Palestina, un anno prima che diventasse territorio israeliano. Si è laureato all’Università di Tel Aviv in Letteratura e Teatro. Lavora e scrive a Tel Aviv, come poeta, drammaturgo, romanziere. È critico letterario del quotidiano Haaretz. Ha pubblicato più di dieci volumi di poesia, commedie e novelle; il suo lavoro è tradotto in più di nove lingue, tra cui l’arabo. Nel 1972 ha scontato sei mesi di detenzione, per diserzione dalle armi (refusing), durante le azioni di occupazione militare. Negli anni ‘80 ha scritto una poesia che condanna la guerra israeliana in Libano. Nel 1985 la censura israeliana ha impedito la diffusione del suo lavoro Ephraim Goes Back to the Army. Laor ha portato il caso alla Corte Suprema dello Stato d’Israele, che disporrà all’istituto Film and Play Censorship Board la cancellazione del provvedimento. Nel 1990 il primo ministro Yitzhar Shamir ha rifiutato di firmare il Prime Minister’s Prize of Poetry, che sarebbe stato vinto da Laor. Tra i suoi scritti, Reflection on the Study of History è un saggio satirico sul perché i generali responsabili della prima guerra in Libano non dovrebbero più partecipare ad altre azioni militari; il testo è stato scritto nel 2006, quattro mesi prima dell’ultima, devastante guerra di Israele in Libano.

Smadar Lavie Smadar Lavie si definisce un’ebrea araba residente in Israele. Vive a Tel Aviv dove studia e denuncia gli elementi di discriminazione all’interno dell’ideologia sionista. Nel 1990 scrive un classico dell’antropologia, The Poetics of Military Occupation (University of California Press, 1990) e nel 1996 pubblica, insieme a Ted Swedenburg, Displacement, Diaspora and Geographies of Identity (Duke University Press). Dal 1994 al 1996 tiene la cattedra di Antropologia e Teoria critica all’Università di Denver che abbandona, poi, per questioni personali. Tornata in Israele è bandita dal sistema universitario che reputa “incompatibili” con le proprie linee interne i suoi studi sul sionismo come sistema discriminatorio basato sull’intreccio di classe, razza e genere. E’ membro della direzione nazionale del gruppo Ahoti, movimento femminista formato da donne ebree arabe di colore (mizrahim) che si battono per il riconoscimento pubblico delle colpe dello stato di Israele contro le comunità immigrate dai paesi arabi, per la parità di diritti tra tutti i cittadini dello Stato, contro ogni discriminazione in base al genere, alla provenienza e al colore della pelle.

Yael Lerer Yael Lerer nasce a Tel Aviv. Si è specializzata in Storia e Cultura israeliana presso l’Università di Tel Aviv e ha studiato Lingua Araba e Letteratura moderna all’Università Americana del Cairo. E’ stata, inoltre, portavoce ufficiale del filosofo palestinese Azmi Bishara, membro del Parlamento israeliano (Knesset). Nel 2001 fonda la casa editrice Al-Andalus che si occupa di tradurre in ebraico testi di letteratura araba come quelli della scrittrice libanese Hoda Barakat o del marocchino Mohammed Choukri. Nel 2006 l’esperieza di Al-Andalus si conclude con due soli successi di pubblico: tremila copie vendute di Bab el Shams, la Porta del Sole di Elias Khouri, e poco più di mille copie per il libro di versi del poeta palestinese Mahmoud al Darwish. “Da noi vige un apartheid culturale. Un muro delle menti molto più alto di quello di cemento armato che ormai corre nella Cisgiordania e attorno a Gerusalemme”. Y.L.

Gideon Levy Giornalista israeliano per il quotidiano Ha’aretz, di cui è membro del comitato di redazione. Nato nel 1955 a Tel Aviv, ha dichiarato che da adolescente era membro a pieno titolo dell’orgia religiosa nazionalista del suo paese. E’ stato portavoce di Shimon Peres per quattro anni, dal 1978 al 1982, dopo i quali ha iniziato a lavorare per Ha’aretz, sulle cui colonne, dal 1986, descrive in modo approfondito che cosa significhi per i palestinesi vivere sotto l’occupazione militare israeliana. Il quotidiano francese Le Monde lo ha definito “una spina nel fianco di Israele”. Levy considera il suo lavoro di informazione come un modesto contributo affinché il popolo israeliano non si trovi nella condizione di dire: “Non sapevamo”. Un tema ricorrente nei suoi articoli è la descrizione della “cecità morale” della società israeliana di fronte alle conseguenze degli atti di guerra e di occupazione militare verso i palestinesi. Levy ha criticato il suo governo per il rifiuto di fermare la costruzione di insediamenti israeliani in terra palestinese, e ha giudicato la sua politica “l’impresa più criminale” nella storia di Israele. Nei suoi articoli, Levy sostiene che nella società e nella stampa israeliane si rifletta un atteggiamento di sistematica disumanizzazione dei popoli vicini a Israele. Come soluzione per la questione israelo-palestinese, Levy ha proposto il ritiro unilaterale dell’esercito israeliano dai territori occupati, senza alcuna richiesta di concessioni: “Israel is not being asked “to give” anything to the Palestinians; it is only being asked to return - to return their stolen land and restore their trampled self-respect, along with their fundamental human rights and humanity. This is the primary core issue, the only one worthy of the title, and no one talks about it anymore. No one is talking about morality anymore. Justice is also an archaic concept, a taboo that has deliberately been erased from all negotiations. Two and a half million people - farmers, merchants, lawyers, drivers, daydreaming teenage girls, love-smitten men, old people, women, children and combatants using violent means for a just cause - have all been living under a brutal boot for 40 years. Meanwhile, in our cafes and living rooms the conversation is over giving or not giving. . . . Just as a thief cannot present demands - neither preconditions nor any other terms - to the owner of the property he has robbed, Israel cannot present demands to the other side as long as the situation remains as it is. ” (Gideon Levy, ‘Demands of a thief,’ Ha’aretz, 25/11/2007)

Moshe Machover Nato a Tel Aviv nel 1935, fu uno dei fondatori del Matzpen, la storica “Organizzazione Socialista Israeliana” famosa per il suo antisionismo dichiarato, nel 1962. Attualmente insegna filosofia (e logica matematica) al King’s College di Londra. Con una formazione “matematica”, Machover si occupa di “econofisica”, branca sperimentale della ricerca economica che applica modelli statistici e dinamica non lineare alle scienze politiche, sociali ed economiche. Le sue pubblicazioni in merito sono molto numerose. La sua posizione in merito alla questione israelopalestinese è definita molto bene in questo articolo del 2002. Machover è contro l’ipocrisia della soluzione “a due stati” ritenendo indispensabile la creazione di un solo stato democratico. Oltre alla sua vasta produzione scientifica, Machover ha scritto alcuni volumi insieme ad Akiva Orr ed un gran numero di articoli sulla politica israeliana e il sionismo. Online è disponibile Israelis and Palestinians: Conflict and Resolution del 2006. E’ attivista del movimento HOPI, “Hands off the people of Iran!” (http://www.hopoi.org/index.html).

Susan Nathan Scrittrice israeliana nata in Inghilterra (1949) da padre sudafricano. Ha dapprima lavorato come counselor dei malati di AIDS, poi, da convinta sionista, nel 1999 decide di andare a vivere in Israele, condividendo così la legge israeliana del diritto al ritorno, l’Aliyah. Nel 2003 si sposta da Tel Aviv a Tamra, città israeliana abitata da soli arabi, per vedere “l’altra faccia di Israele”. Da lì prende forma la sua presa di posizione fortemente critica verso le pratiche discriminatorie della società israeliana nel libro: The Other Side of Israel: My Journey Across the Jewish/Arab Divide (2005), pubblicato in Italia con il titolo Shalom fratello arabo dalla Sperling & Kupfer (2005 e, in versione economica, nel 2007). In questo testo, Nathan ci fornisce una testimonianza importante su come gli spazi vitali in Israele, già ristretti, siano distribuiti in modo di penalizzare la popolazione araba, a cui spesso sono negati servizi e possibilità. Ma la scrittrice non ha mai smesso di pensare che ebrei e arabi sono figli della stessa terra, e che l’unica strada verso l’armonia sia “riconoscere se stesso nell’altro”. Secondo Rabbi Eliyahu di Gerusalemme, “lei sta mettendo in atto la forma più estrema di giudaismo … il suo comportamento racchiude l’intima essenza della nostra fede”. Ecco uno stralcio del libro Shalom fratello arabo, in cui la voce narrante è quella di un soldato israeliano: “…Quel mattino a Hebron è arrivato un gruppo piuttosto numeroso, composto da una quindicina di ebrei provenienti dalla Francia, tutti osservanti. Erano di buonumore, si stavano divertendo e ho trascorso il mio intero turno di servizio a seguirne gli spostamenti e a cercare di evitare che distruggessero la città. Se ne andavano in giro raccogliendo pietre e lanciandole contro le finestre delle abitazioni arabe; oppure rovesciavano qualunque cosa capitasse loro sulla strada. Non è successo nulla di orrendo: non hanno dato la caccia a qualche arabo uccidendo o altre cose del genere, ma a disturbarmi era l’idea che qualcuno aveva parlato loro dell’esistenza di un luogo in cui un ebreo può sfogare la sua rabbia contro il popolo arabo e lasciarsi andare ad ogni intemperanza, recarsi in una città palestinese e fare qualsiasi cosa gli passi per la testa, tanto ci saranno i soldati israeliani ad appoggiarli. Perché quello era il mio lavoro, proteggerli e fare in modo che non succedesse loro niente”.

Adi Ophir Nato nel 1951, Ophir insegna filosofia alla Tel Aviv University. La sua opera principale è The Order of Evils - Toward an ontology of morals (MIT Press/Zone books, 2005). Ophir ha messo al centro della sua “ontologia della morale” la riflessione sul male, che ha natura sociale e politica. Gli estremi storici da cui si muove il discorso di Ophir sono la Shoah da un lato e l’occupazione della Palestina dall’altro. Una sua citazione in merito all’”anomalia democratica” di Israele: “…Questo corrisponde al ruolo ideologico del discorso filosemita: la costruzione di un muro linguistico intorno ad Israele, la sola democrazia - non del Medio Oriente, ma del mondo intero - in cui più di un terzo di quelli che dipendono dal suo governo non ne sono cittadini….” (da “Le nouveau philosémitisme” in De l’autre côté, La fabrique, 2006)

Akiva Orr Nato a Berlino nel 1931. Scampato alla Shoah, ha combattuto giovanissimo per la costituzione dello stato d’Israele nel ‘48. Vive a Tel Aviv dove conserva un vasto archivio di memorie. Marxista nel movimento Matzpen, ha maturato una profonda riflessione sulla democrazia, quella diretta in particolare, poi confluita nel saggio La politica senza i politici (fruibile integralmente in italiano qui: http://www.abolish-power.org/pwp_it...). Autore insieme a Moshe Machover di Peace, Peace and No Peace (1962). Autore di The unJewish State: The Politics of Jewish Identity in Israel (1983) e dello studio Israel: Politics, Myths and Identity Crisis (Pluto Press, 1994). E’ scaricabile online il suo ultimo Revolution, The D.I.Y. Version (2007).

Ilan Pappe Nato a Haifa nel 1954, figlio di ebrei tedeschi, ha studiato storia all´Università ebraica di Gerusalemme e quindi a Oxford, dove si è laureato con una tesi sulla guerra di “indipendenza” del 1948. Su questo tema ha pubblicato vari studi, sostenendo, contrariamente alla versione canonica del sionismo, che quella guerra fu un’autentica operazione di pulizia etnica, con l´espulsione della stragrande maggioranza della popolazione palestinese dai villaggi distrutti, per guadagnare territori allo Stato d´Israele. In base a quelle ricerche, Ilan Pappe è giunto alla convinzione, duramente osteggiata nel suo Paese, che Israele debba ammettere la responsabilità di quella spoliazione, riconoscendo il “diritto al ritorno” dei profughi palestinesi come presupposto alla pace. Docente di storia mediorientale all´università di Haifa, è stato protagonista di uno scandalo per aver aderito al boicottaggio del mondo accademico britannico contro le università di Haifa e di Bar-Ilan, a causa delle vessazioni e discriminazioni dei due atenei ai danni di Teddy Katz, autore di una tesi sul massacro nel 1948 degli abitanti di Tantura (ndr. un villaggio palestinese vicino Haifa). Tanto è bastato ad alimentare forti pressioni in Israele per l´espulsione dello stesso Pappe dall´università. Ma a Pappe è giunto il sostegno degli ambienti accademici europei e statunitensi, dove il suo prestigio ha basi solide (a chi desideri conoscere il suo rigore intellettuale raccomando il suo libro A History of Modern Palestine. One Land, Two Peoples, Cambridge University Press 2004, tradotto in italiano come Storia della Palestina moderna. Una terra, due popoli, Einaudi 2005). Pappe, attivista del Partito comunista, nel suo libro affianca le narrazioni degli sfruttatori (israeliani) e degli sfruttati (palestinesi) con il suo metodo rigoroso (basato su documenti originali in ebraico e arabo), non mancando di sottolineare che oppressi e oppressori non possono mai essere messi sullo stesso piano. Il suo ultimo libro, che verrà tradotto in italiano quest’anno, è The ethnic cleansing of palestine, uscito nel 2007. Una intervista in italiano. Il sito ufficiale: http://www.ilanpappe.org

Nurit Peled-Elhanan Nata nel 1949 in Israele, scrittrice, attivista per la pace e professoressa di “Linguaggio ed educazione” alla Hebrew University, è diventata una pensatrice critica verso Israele e l’occupazione della West Bank dopo la morte della figlia Smadari, nel 1997, vittima di un attentato suicida palestinese. Secondo Peled-Elhanan sua figlia è stata uccisa a causa dell’oppressione e dell’umiliazione che ogni giorno devono subire milioni di palestinesi sotto occupazione, tanto da reagire con gesti disumani quali gli attentati suicidi, che dal punto di vista morale possono essere paragonati al comportamento di un soldato israeliano dislocato nella West Bank che costringa una donna palestinese a partorire e a perdere il bambino in un check point. Come docente di Linguaggio ed educazione, Peled-Elhanan ha pubblicato vari studi su come alcuni libri scolastici israeliani dipingano in modo stereotipato e negativo gli arabi o descrivano le colonie in Giudea e Samaria come parti integranti dello stato di Israele. Nurit Peled-Elhanan ha vinto nel 2001 il premio Sakharov per i diritti umani e la libertà di parola assegnato dal Parlamento europeo.

Danny Rubenstein Nato nel 1937 a Gerusalemme, è editorialista e membro del direttivo del quotidiano Ha’aretz. Insegna presso il dipartimento di storia mediorientale dell’Università Ben Gurion. Si è dedicato allo studio del mondo arabo-palestinese fin dalla guerra del 1967 e di Arafat quasi ogni giorno negli ultimi trent’anni della sua vita incontrandolo e intervistandolo varie volte, da cui il libro, tradotto in italiano, Il Mistero Arafat (UTET, 2003). Il 30 agosto 2007 Rubenstein dichiarò, nel corso di una conferenza sponsorizzata dalle Nazioni Unite, che Israele è uno “Stato d’apartheid”.

Shlomo Sand Il Prof. Sand insegna all’ Università di Tel Aviv. Il suo libro, Quando e come fu inventato il popolo ebraico? (pubblicato in ebraico da Resling), vuole sostenere l’idea per cui Israele dovrebbe essere “uno stato con tutti i suoi cittadini – ebrei, arabi e altri – al contrario della sua dichiarata identità di stato ‘Ebraico e democratico’.” Con le parole di Tom Segev (Un’invenzione chiamata ‘popolo ebraico’, http://www.infopal.it/testidet2.php... ): secondo lo storico Shlomo Sand “non c’è mai stato un popolo ebraico, ma una religione ebraica, e anche l’esilio non è mai avvenuto – pertanto non ci fu ritorno. Sand rifiuta la maggior parte delle storie sulla formazione di un’identità nazionale della Bibbia, compreso l’esodo dall’Egitto, ancor di più, gli orrori della conquista di Giosuè. Secondo Sand, i Romani non esiliarono l’intero popolo, e alla maggior parte degli Ebrei fu permesso di rimanere nel territorio. Coloro che furono esiliati erano al massimo decine di migliaia. Quando la regione fu conquistata dagli Arabi, molti ebrei si convertirono all’Islam e si mescolarono con gli invasori. Ne consegue che gli antenati degli arabi palestinesi siano ebrei. Sand non si è inventato questa teoria; trent’anni prima della Dichiarazione di Indipendenza, fu esposta da David Ben-Gurion, Yitzhak Ben-Zvi e altri. Se la maggior parte degli ebrei non sono stati esiliati, come mai se ne trovano molti quasi in ogni parte del mondo? Sand sostiene che siano emigrati di loro spontanea volontà oppure, se erano tra coloro che furono esiliati a Babilonia, scelsero di rimanerci. Al contrario di quel che comunemente si crede, l’ebraismo ha cercato convertire seguaci di altre fedi, il che spiega come mai ci siano milioni di ebrei nel mondo. Come è riportato nel Libro di Esther: “Molti appartenenti ai popoli del paese si fecero Giudei perchè il timore dei Giudei era piombato su di loro”. Sand cita molti studi attuali, alcuni dei quali condotti in Israele ma messi da parte nelle discussioni importanti. Parla molto anche del regno ebraico di Himyr a sud della penisola arabica e degli Ebrei berberi in Nord Africa. La comunità ebraica in Spagna discendeva dagli Arabi, i quali divennero Ebrei e giunsero con gli eserciti che sottrassero la Spagna ai Cristiani e ad altre genti di origine europea che si erano convertite a loro volta all’ebraismo. Il primo ebreo di Ashkenaz (Germania) non proveniva dalla Terra di Israele e non raggiunse l’Europa dell’Est dalla Germania, bensì divenne ebreo nel Regno di Khazar nel Caucaso. Sand spiega le origini della cultura Yiddish: non fu importata dagli ebrei in Germania, ma fu il risultato delle relazioni tra i discendenti dei kuzari e dei tedeschi che viaggiarono verso l’est, alcuni dei quali come mercanti. Ha notato poi che un gran numero di persone di nazionalità e razze diverse si è convertito all’ebraismo. Secondo Sand, il bisogno sionista di pensare per queste persone un’etnicità condivisa e una continuità storica ha prodotto una lunga serie di artifici e invenzioni, accanto all’invocazione di teorie razziste. Alcune furono architettate da coloro che avevano ideato il movimento Sionista, altre furono presentate come i risultati di studi genetici condotti in Israele.” Su Haaretz del 10 ottobre 2000, nell’articolo “To Whom Does the State Belong?”, Shlomo Sand ha scritto: “The very definition of the state as a Jewish state is inherently an anti-egalitarian, alienating factor. It is doubtful that it can sustain a properly functional liberal democracy. Certainly, in the historical conditions prevailing in 1948, three years after the Holocaust, it is understandable why the Declaration of Independence was formulated as the declaration of the Jewish people. However, we must recognize that 52 years later the rigidly Jewish identity of the state has become an anachronistic, permanent and dangerous anomaly. According to this definition, the state belongs to an anti-Zionist rabbi in New York much more than to an Arab member of the Knesset, and even more than to the Druze soldier who died … [in the battle at] Joseph’s Tomb.”

Tom Segev Nato a Gerusalemme nel 1945. Storico e giornalista israeliano. I genitori lasciarono la Germania nazista nel 1935 e si stabilirono in Palestina, dove il padre fu ucciso nel 1948 durante la guerra tra Israele e i paesi arabi. Segev si è laureato in storia all’Università ebraica di Gerusalemme e ha preso il dottorato all’Università di Boston; fa parte del gruppo di storici di sinistra chiamato “Nuovi storici” (New Historians), che ha prodotto tante pubblicazioni controverse su Israele e il sionismo. Ha scritto vari libri, tra cui il molto discusso The Seventh Million: The Israelis and the Holocaust, (Holt Paperbacks, 2000), l’unico pubblicato in Italia (Il settimo milione. Come l’Olocausto ha segnato la storia di Israele, Mondadori, 2001), in cui esprime giudizi molto critici verso il comportamento degli ebrei di Palestina durante la seconda guerra mondiale. Il suo ultimo libro è 1967: Israel, the War and the Year That Transformed the Middle East (Metropolitan Books, 2006). Come giornalista, Segev scrive per il quotidiano di sinistra Ha’aretz, dalle cui colonne, durante l’ultima guerra tra Israele e Libano ha così giudicato l’appello che Grossman, Oz e Yehoshua lanciarono per chiedere un cessate il fuoco bilaterale, pur ribadendo la legittimità della guerra da parte di Israele: “I tre scrittori hanno preparato il loro appello come se stessero lavorando nell’ufficio legale del Ministero degli Esteri” (”The three writers worded their ad as though they were working in the legal department of the Foreign Ministry”, Ha’aretz, 2006/08/11, “Someone to fight with” by Tom Segev).

Aharon Shabtai Nato nel 1939 è uno dei maggiori poeti israeliani contemporanei. Ha studiato Greco e Filosofia alla Hebrew University, alla Sorbona e a Cambridge. Insegna letteratura ebraica all’Università di Tel Aviv. Shabtai, il più accreditato traduttore di drammi greci in ebraico, ha ricevuto nel 1993 il premio del Primo Ministro per la Traduzione. Dal suo primo volume di versi apparso nel 1966, Shabtaï ha pubblicato più di sedici libri di poesia. Influenzato da fonti diverse, come William Carlos Williams e la mitologia greca, è un poeta che ha spesso mescolato reale e irreale. Egli prende ispirazione dalla filosofia, dagli eroi e dall’immaginario erotico greco per esprimere uno dei suoi temi ricorrenti: l’esaltazione e la totalità sono raggiunti attraverso la morte e la profanazione. Traduzioni dei suoi lavori in inglese sono apparsi in numerose riviste, incluse la “American Poetry Review”, la “London Review of Books”, e “Parnassus in Review”; un’ampia selezione delle sue poesie, Love and Other Poems, è stata pubblicata in lingua inglese nel 1997 da Sheep Meadow Press. Nel 2003, per le edizioni New Directions, è uscita la traduzione inglese del volume intitolato J’Accuse, vincitore del premio del PEN American Center. Molte delle poesie contenute in J’Accuse sono state pubblicate precedentemente nel supplemento letterario settimanale del quotidiano israeliano Ha’aretz e hanno provocato lettere di sdegno all’editore e minacce di cancellazione degli abbonamenti. Richiamandosi alla famosa lettera in cui Emile Zola denunciava l’antisemitismo del governo francese durante l’affare Dreyfus, in J’Accuse Shabtai accusa il suo Paese di crimini contro l’umanità, rifiutando di abbandonare la sua fede nei valori morali della società Israeliana e di tacere di fronte agli atti di barbarie. Pur essendo uno dei quaranta scrittori israeliani invitati alla Fiera del libro di Parigi nel 2008, Shabtaï si è rifiutato di essere presente. In un’intervista concessa a Silvia Cattori e pubblicata sul sito francese Free Palestine, Shabtaï afferma: “Questo salone del libro, così come ogni altro tipo di manifestazioni dove lo Stato d’Israele è invitato, non è un mezzo per promuovere la pace in Medio Oriente, né un mezzo per portare la giustizia ai Palestinesi. Si tratta solamente di propaganda, che mira a dare di Israele un’immagine di paese liberale e democratico”. Non è la prima volta che il poeta boicotta una manifestazione culturale israeliana per ragioni politiche. Atteggiamento simile ebbe anche nel 2006, quando rifiutò di partecipare al Poetry International Festival, che si tenne a Gerusalemme. In quell’occasione scrisse pubblicamente: “Io mi oppongo a un festival internazionale di poesia in una città dove gli abitanti arabi sono sistematicamente e brutalmente oppressi”.

Avi Shlaim Nato a Baghdad nel 1945, ha cittadinanza israeliana e britannica. Storico appartenente al gruppo dei cosiddetti “Nuovi Storici” (di cui facevano parte Pappé e Morris), scrive regolarmente su The Guardian. Sostiene che attualmente il sionismo sia il vero e unico “nemico” degli ebrei. Il suo ultimo libro è Lion of Jordan: The Life of King Hussein in War and Peace (2007). In italiano è disponibile Il muro di ferro. Israele e il mondo arabo (Casa Editrice Il Ponte, 2003), che descrive come l’opzione “muro di ferro” (”secondo la quale ogni negoziato con gli arabi avrebbe dovuto essere condotto da una posizione di forza militare”) sia il filo conduttore di tutte le “trattative” israeliane. A cura di Shlaim il volume La guerra per la Palestina. Riscrivere la storia del 1948 (Casa Editrice Il Ponte, 2004).

Ella Habiba Shohat Nata in Israele da famiglia di ebrei iracheni. Professoressa alla New York University e autrice del saggio The Mizrahim in Israel. Zionism from the perspective of its Jewish victims ripubblicato in Dangerous Liaisons: Gender, Nation, and Postcolonial Perspectives (University of Minnesota Press, 1997). I suoi studi si concentrano sulla ricostruzione/ridefinizione dell’identità degli ebrei di cultura “araba” (i Mizrahim) nella vulgata eurocentrica apportata dal sionismo all’intero ebraismo. Tra gli articoli scientifici da segnalare: “The Invention of the Mizrahim” del 1999.

Michel Warschawski Ebreo di origine francese nato nel 1949, Michel (alias Mikado) Warschawski ha ricevuto un’educazione ebrea ortodossa dal padre rabbino. Cresciuto a Strasburgo, nel 1965 va a Gerusalemme, dove studia in un seminario talmudico; nel 1967 è al lavoro al kibboutz Sha Alvin e quando scoppia la “Guerra dei sei giorni”, assiste all’esodo palestinese. Dopo la guerra aderisce a un gruppo di estrema sinistra, “Matzpen”, prima organizzazione israeliana a opporsi apertamente all’occupazione. Completati gli studi di filosofia e scienze politiche, organizza incontri tra universitari israeliani e palestinesi, dal Comité de Solidarité de l’Université Bir Zeit di Ramallah, al Comité anti-guerre du Liban. Diviene poi un attivista di primo piano dell’AIC, Alternative Information Center (www.alternativenews.org), un’organizzazione israelo-palestinese contraria all’occupazione israeliana, che diffonde informazione, ricerca e analisi politica sulle società palestinese e israeliana e sul conflitto israelo-palestinese. L’AIC, inoltre, promuove una cooperazione tra palestinesi e israeliani sulla base della giustizia sociale e della solidarietà, e fornisce sostegno diretto alla popolazione palestinese e ai Refuseniks israeliani. Nel 1988, dopo aver organizzato manifestazioni pubbliche israelo-palestinesi in memoria dei massacri nei campi palestinesi di Sabra e Chatila, Warschawski viene arrestato dal Shin Beth e, dopo un processo di quattro anni, condannato a 30 mesi di carcere. Tra i suoi libri tradotti in italiano, ricordiamo: Sionismo e questione ebraica. Storia e attualità (con Moscato Antonio, Taut Jakob), Ed. Sapere 2000 Ediz. Multimediali, 1983; Israele Palestina. La sfida binazionale. Un «sogno andaluso» del XXI secolo, Ed. Sapere 2000 Ediz. Multimediali, 2002; Sulla frontiera, Ed. Città aperta, 2003; A precipizio. Crisi della società israeliana, Boringhieri, 2004. Da “Israele-Palestina. La sfida binazionale”: “Il Terzo Millennio vedrà la nascita di uno stato palestinese. La cosiddetta Seconda Intifada non è altro che la guerra d’indipendenza palestinese, così come la violenza commessa dall’esercito israeliano e dai coloni non è che l’espressione sanguinaria dell’odio coloniale e vendicativo di fronte ad una rivoluzione di cui ben conosciamo gli inevitabili risultati. E non è la prima volta in mezzo secolo che una forza occupante si rivela sconfitta”.

Shmuel Yerushalmi Nato a Bila Tserkva in Ucraina nel 1972, vive in Israele dal 1988. Yerushalmi è coinvolto nel “foro Civile” di Hadash, mirante a sollecitare la nascita di un’identità civile non-sionistica israeliana (da Wikipedia: http://en.wikipedia.org/wiki/Hadash). Scrive e pubblica poesie in ebraico, gestisce un sito personale: http://www.kvistrel.page.tl/.

Oren Yiftachel Dal 1994 è professore di geografia e politica pubblica alla Ben Gurion University del Negev a Beer-Sheva, in Israele. Autore di svariate pubblicazioni scientifiche, tra le quali Planning a Mixed Region in Israel: The Political Geography of Arab-Jewish Relations in the Galilee (Avebury, Gower Publishing Limited, Aldershot, Hampshire, UK, 1992) e Ethnocracy: Land, and the Politics of Identity Israel/Palestine (PennPress - the University of Pennsylvania, 2005). Un suo saggio, “‘Etnocrazia’: la politica della giudaizzazione di Israele/Palestina”, fa parte del volume collettaneo PARLARE CON IL NEMICO. Narrazioni palestinesi e israeliane a confronto, curato da Jamil Hilal e Ilan Pappe (Bollati Boringhieri, Torino 2004, pagg. 96-131). Ha insegnato presso la Pennsylvania University e la Columbia University, negli Stati Uniti. Dal 1999 al 2003 e’ stato preside del Dipartimento di geografia della Ben Gurion University. Ha fondato e dirige la rivista “Hagar/Hajer: International Social Science Review”. In Etnocrazia, l’autore propone lo studio comparato dei regimi etnocratici, ossia quei regimi che fanno prevalere l’appartenenza etnica sulla cittadinanza, e che subordinano a tale appartenenza la distribuzione di risorse e potere. I regimi etnocratici risultano dalla combinazione di tre elementi: il colonialismo, l’etnonazionalismo e la logica etnica del capitale. Regimi di questo tipo si trovano in Estonia, in Sri Lanka, e in Malesia. Anche il caso di Israele illustra questo processo di fabbricazione di uno stato etnocratico, attraverso il lungo processo di giudeizzazione del territorio. Alcune pubblicazioni online qui: http://www.geog.bgu.ac.il/members/y...

Benny Ziffer Nato a Tel Aviv nel 1953 da famiglia di origini turche. Ha studiato letteratura francese e scienze politiche, è l’attuale responsabile della rubrica letteraria del quotidiano Ha’aretz. Ha scritto un volume di poesie, Tsipor Mekanenet Ba-bait (”A bird nests at home”, Martef 1978), e tre romanzi: Marsh Turki (Am Oved 1995), Tziffer U-Bnei Mino (”Ziffer and his Kind”, Am Oved 1999) e The Literary Editor’s Progress (2005). Nei suoi romanzi affronta il tema dell’omosessualità nella società israeliana. Tra i principali attivisti contro la costruzione del muro nel villaggio palestinese di Bil’in, è autore di numerosi articoli estremamente critici nei confronti della politica e della società israeliana.

Moshe Zuckermann Nato a Tel Aviv nel 1949, insegna sociologia e storia all’Università della stessa città. Dal 2000 al 2005 ha diretto il dipartimento di Storia Tedesca. Zuckermann studia da anni le forme e le modalità di costruzione dei miti identitari, nello specifico del caso israeliano, per comprendere come si sia potuta creare una “etnocrazia colonizzatrice e segregazionista”. Uno dei suoi ultimi lavori, Zweierlei Holocaust (”Il doppio Olocausto”, Göttingen 1998) affronta di petto il tema della Shoah nella sua doppia qualità di memoria mitica e sapere storico, incrocio che lo pone al di là dell’analisi “razionale” e che spinge all’indifferenza verso altri tipi di sofferenza (quella palestinese). La maggior parte dei suoi testi principali sono pubblicati in tedesco, come Gedenken und Kulturindustrie. Ein Essay zur neuen deutschen Normalität (Berlin u. Bodenheim b. Mainz 1999). In italiano è pubblicato l’articolo “Aspetti dell’Olocausto nella cultura politica israeliana” nel volume collettivo Parlare con il nemico (Bollati Boringhieri 2004).

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Questo articolo è stato scritto da andrea inglese, e pubblicato il 21

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