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Sono cento racconti brevi o brevissimi che nell’insieme ricostruiscono, in un’unica vicenda, la Milano dal 1968 al 1977 di un ragazzo della nuova sinistra. Un compagno di base, non un dirigente, né un pentito. Non si parla di analisi politiche o dispute ideologiche, ma di amore, amicizie, famiglia, lotte e scontri concreti. Si legge un “clima”, un’umanità. Sono storie anche vere ma che trascendono, con la scrittura, l’autoreferenzialità. (...)
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Fausto e Iaio: Un dossier sull’eroina pagato a caro prezzo

di : if
mercoledì 9 giugno 2010 - 10h00

Chiunque volesse capire cosa sia stata la controinformazione a Milano dovrebbe incontrare, almeno una volta nella vita, Umberto Gay, oggi giornalista di Radio Popolare. «Negli anni 70 fare controinformazione significava essere militanti e conoscere a fondo il territorio, viverlo». Gay ha cominciato a sedici anni e non ha più smesso. Nel suo racconto c’è tutta la Milano degli anni 70: i volti dei protagonisti, le tensioni e le violenze, le granitiche certezze dell’essere militanti, l’impegno politico che, col tempo, si fonda con la vocazione per il giornalismo.

Il 18 marzo 1978, due giorni dopo il rapimento Moro, nel contesto di un’Italia blindata, un gruppo di fuoco di matrice neofascista uccide due ragazzi diciottenni, Fausto e Iaio. Umberto Gay non li conosce personalmente, ma un luogo li accomuna: il centro sociale Leoncavallo. Un luogo che coincide con un ideale, con un impegno di vita. Gay ha 21 anni e non è ancora giornalista, ma è responsabile del gruppo della controinformazione di Avanguardia Operaia. La sera stessa dell’omicidio inizia quindi un lavoro collettivo di ricerca e di indagine che porterà, dieci anni più tardi, alla pubblicazione della controinchiesta.

«Quello che era successo era talmente enorme che nessuno di noi poteva restare indifferente. Il nostro lavoro aveva un solo obiettivo: la ricerca della verità».

Come nasce la controinformazione? L’origine va cercata nel mondo delle fabbriche. Il primo grande esempio fu rappresentato dal professore Giulio Maccacaro, medico e biologo che, insieme a Luigi Mara, sindacalista del movimento Medicina Democratica, si occupò della Montedison di Castellanza. Negli anni 60 Maccacaro e Mara iniziarono a produrre dati di informazione sull’ambiente, sulla chimica, sulle condizioni di salute degli operai in Italia, analizzando il tutto da un prospettiva interna, cioè quella della fabbrica.

Poi però, con il ’68 e negli anni ’70, l’atmosfera cambiò. Furono anni fertili per lo sviluppo della controinformazione? In quegli anni si vivevano grandi dinamiche come lo sfruttamento in fabbrica, le lotte dei lavoratori, le mobilitazioni studentesche. Molti giovani iniziavano ad immaginarsi la vita in maniera diversa. Il meccanismo iniziale che ha mosso il concetto di controinformazione era guardare all’informazione ufficiale con occhio critico, trovare un’alternativa al telegiornale della sera, non per partito preso, ma perché era oggettivamente l’organo dello Stato. E se nello Stato ci fosse stato qualcosa che non andava, non poteva essere certo il Tg la fonte di informazione adatta a raccontarlo. C’era, insomma, un movente politico-culturale: la ricerca della verità.

Per la controinformazione si possono definire delle fasi storiche? Penso sia importante distinguere tra i decenni 50, 60 e 70, perché sia il livello d’informazione che lo scenario politico erano diversi. Negli anni 50 e 60 non esisteva una controinformazione che riusciva a esprimersi pubblicamente. Tuttavia il Pci era una struttura enorme e aveva un apparato di controinformazione da fare spavento. Essere sopravvissuti a vent’anni di dittatura fascista voleva dire aver avuto alle spalle strutture di informazione, di sicurezza, che dovevano gestire l’esistenza di un partito clandestino. Negli anni ‘50 e ‘60 neanche il Pci si permetteva di tirare fuori delle verità alternative.

Nel 1978, l’anno dell’uccisione di Fausto e Iaio, non eravate ancora giornalisti. Cosa facevate? Avevate avuto altre esperienze di giornalismo anche se non professionale? Nel 1978 avevo 21 anni e facevo controinformazione già da cinque anni. Anche Fausto e Iaio morirono per aver fatto controinformazione. Fare controinformazione al centro sociale Leoncavallo significava, ad esempio, occuparsi del traffico di eroina a Milano. In quel periodo, in piazza Vetere c’erano ogni sera alcune centinaia di persone a bucarsi. Avevi paura in quella zona. Erano i giovani ad essere colpiti da quel fenomeno, giovani di sinistra che conoscevi, che erano tuoi amici.

Nel vostro lavoro d’indagine arrivate ad affermare con certezza che Fausto e Iaio furono uccisi proprio a causa del famoso dossier sul traffico di eroina a Milano. Come e quando siete arrivati a questa conclusione? L’inchiesta su Fausto e Iaio fu presentata da Radio Popolare nel 1988, dieci anni dopo l’omicidio. Alle spalle c’era un decennio di lavoro. La sera stessa dell’omicidio capimmo che quello che era successo era di un’enorme gravità per due motivi: accadde due giorni dopo il sequestro di Aldo Moro con tutta l’Italia blindata; in secondo luogo, ad essere stati colpiti erano due ragazzi del centro sociale più importante di Milano con una rete di migliaia di militanti. Due che fondamentalmente non contavano nulla, due ragazzini di diciotto anni come altri centomila. E lo dico con affetto. Io, che ero responsabile della controinformazione per Avanguardia Operaia, immediatamente, quella sera parlai con uno dei responsabili dell’Autonomia e uno del Movimento Lavoratori per il Socialismo. Capimmo subito che era un grande mistero. Non conoscevamo personalmente Fausto e Iaio, ma sapevamo che Fausto era all’interno di un gruppo di lavoro particolare, quello del dossier sull’eroina: un libretto con foto, informazioni e indirizzi degli spacciatori che, dal quel momento in poi, sarebbero stati riconosciuti e indicati pubblicamente.

Un lavoro di controinformazione rischioso per un ragazzo di 18 anni. Non era un lavoro particolarmente difficile perché, a differenza di adesso, dal boss al consumatore i passaggi erano tre. Ce l’avevi sotto gli occhi se stavi nel territorio. Tuttavia era rischioso perché tirare fuori un dossier del genere, con un centinaio di nomi, avrebbe dato fastidio a molti. Capimmo subito che era questa la pista da seguire. Non poteva essere infatti un’aggressione fascista capitata per caso al Leoncavallo di sabato sera, non poteva essere una vicenda personale di uno dei due ragazzi. La matrice doveva essere per forza di destra ma con l’avallo di chi gestiva il traffico di droga. L’intuizione iniziale fu subito quella giusta. Non eravamo veggenti, ma avevamo alle spalle dieci anni di pratica di controinformazione sul territorio. Tuttavia, fare un dossier in mancanza di un’indagine ufficiale o in presenza di indagini deviate, era complicato. Infatti passarono dieci anni prima della pubblicazione. Fu un lungo e lento lavoro di ricerca e di verifica: magari per mesi non portavamo a casa niente, poi subentrava improvvisamente qualche novità. Ad esempio, poteva capitare che ad una manifestazione alcuni nostri atteggiamenti venissero graditi dalle forze dell’ordine. Questo ti permetteva di riuscire a parlare con un commissario di zona e chiedergli se certi personaggi erano ancora presenti sul territorio.

Tu invece, nel 2000, un nome l’hai fatto: Mario Corsi. Dodici anni dopo la pubblicazione dell’inchiesta. Perché dopo così tanto tempo? Lo denunciai pubblicamente quando ho capito che non c’era più niente da fare. Volevo farmi querelare. Era l’unico modo per riaprire il processo, perché si sarebbe dovuto accertare se la mia accusa era fondata. Per questo feci quella conferenza stampa. E infatti Mario Corsi, tutt’ora mitico dj di una radio romana, dopo un’ora da quella denuncia minacciò querela. Che però non arrivò mai, su consiglio dei suoi avvocati.

Il lavoro di controinformazione seguiva un metodo strutturato? Le inchieste possono essere di due tipi: o poliziesche/giudiziarie, o giornalistiche. Noi non facevamo né le une né le altre. Essenziale era avere una rete sul territorio. Per territorio intendo case, strade, luoghi di lavoro e di aggregazione, fabbriche. Con alle spalle una rete d’informazione alternativa, che all’inizio era solo sociale ma che poi divenne sempre più politicizzata, avevamo antenne disseminate sul territorio. Nessuno aveva il bisogno di essere nominato giornalista. I gruppi di militanti andavano ad accendere queste antenne: rappresentanti politici, sindacato, intellettuali, il lavoratore cimiteriale che scava la fossa, quello che lavora all’obitorio, il poliziotto di sinistra o il magistrato, ogni potenziale voce alternativa. Alla fine eravamo in grado, nel momento in cui si verificava un fatto, piccolo o grande che fosse, di muovere sempre la stessa macchina.

Come facevate a procurarvi informazioni riservate? Prendiamo un esempio. Nel caso di un procedimento penale tra le parti in causa c’è anche l’avvocato di parte civile, che rappresenta i famigliari delle vittime. Questo è l’unico estraneo alla macchina giudiziaria ad aver accesso alle carte. In quel periodo, nel caso di un fatto penale con caratteristiche politiche era facile che l’avvocato scelto dalle vittime fosse tendenzialmente vicino a che faceva un lavoro come il nostro. L’avvocato era per noi l’unica possibilità di avere accesso alle carte ufficiali. In ogni caso è buona norma verificare anche ciò che è scritto sui documenti ufficiali.

Ci puoi raccontare un caso in cui siete riusciti ad ottenere delle informazioni importanti per la vostra inchiesta su Fausto e Iaio? No. Vi ho detto dello spirito che teneva unito il nostro lavoro, della creazione di strutture che man mano si specializzavano, della verifica costante, del rapporto col territorio, del moltiplicarsi delle fonti anche al di fuori dell’ambiente militante. Sui metodi concreti non posso dirvi altro. Qualunque cosa vi venga in mente va bene, tranne toccare la vita umana.

Per esempio, si parla di una moto sospetta vista mentre si allontanava dal luogo dell’omicidio. Come avete ottenuto quelle informazioni? La moto fu vista da una militante di Lotta Continua che quella sera si trovava casualmente in piazza Aspromonte intorno alle 20 e constatò semplicemente un fatto strano. Vide una moto arrivare veloce e fermarsi davanti a una pizzeria. Vide il passeggero scendere, strappare un cartone che copriva la targa ed entrare in pizzeria mentre la moto si allontanava. La ragazza non sapeva che avevano appena ammazzato Fausto e Iaio a un chilometro di distanza. Ma era buona norma che una militante riferisse un fatto strano come questo al gruppo della controinformazione. Questo fatto è emblematico per capire come funzionasse il meccanismo delle fonti.

In cosa si differenziava il vostro lavoro di inchiesta rispetto alle indagini dei giudici e della polizia? Si sono mai intrecciati o sovrapposti i due piani? Non eravamo poliziotti ma in realtà dovevamo usare metodi di ricerca assolutamente identici a quelli della polizia. Un’intervista poteva diventare un interrogatorio, un’indagine poteva essere avvalorata da una fotografia o da un pedinamento. Avevamo a che fare con gente che metteva bombe, accoltellava, uccideva, spacciava. Tu sei solo un cittadino, un militante politico, la tua motivazione è solo questa ed è la forza di tutto. Sulla base di questo si costruisce una rete di persone, possibili fonti, che ti riconosce e decide di aiutarti. Altrimenti non hai nessun tipo di potere; noi non avremmo mai potuto fare indagini o interrogatori. Non eravamo autorizzati né intenzionati a fare questo, anche se poi è successo. La controinformazione non nacque da un’idea di giornalismo di sinistra alternativo, ma come strumento di autodifesa, di difesa o di attacco politico.

Hai conosciuto personalmente i giudici che si sono occupati in questi anni dell’omicidio di Fausto e Iaio? Che rapporti hai avuto con loro? Il primo pm, Armando Spataro, oggi a capo dell’antiterrorismo a Milano, ebbe subito l’intuizione giusta, come noi. Tant’è che fu lui ad ordinare le uniche intercettazioni del fascicolo, effettuate negli unici due bar dove andavano fatte. Vennero fuori degli elementi interessanti, ma le indagini si fermarono. Il caso di Fausto e Iaio è l’unico omicidio politico nella storia del dopoguerra dove non si è indagato fino in fondo, dove non c’è stato un confidente o un pentito. Si sono alternati dieci magistrati, ma nessuno è mai stato messo nelle condizioni di lavorare seriamente. Un giorno andai da uno dei migliori, il giudice istruttore Graziella Mascarello, un personaggio eccezionale. Aveva cento fascicoli sulla sua scrivania. Mi indicò quello su Fausto e Iaio e mi disse: «Come faccio a dedicarmi a loro mentre gli altri fascicoli riguardano tre morti due giorni fa?». Ecco, non c’era la volontà di trovare i colpevoli. Tutto questo era scientemente voluto. Se è vero che, come dicono anche le carte processuali, tutto si basava sul giro di droga nella zona Casoretto-Leoncavallo-Lambrate-Viale Padova-Viale Monza, vuol dire che, se le indagini fossero proseguite, si sarebbe andati a toccare i “mammasantissima” e non uso la parola a caso che hanno avallato l’operazione.

Il vostro documento è stato acquisito in qualche modo dalla magistratura? La magistratura fermò le indagini. Fu il giudice Guido Salvini a riaprire il caso e a rimettere insieme i pezzi del puzzle, prendendo spunto anche dal dossier che viene citato nelle carte processuali, pur non essendo un atto giudiziario.

Ci sono stati tentativi di depistaggio, vi hanno mai fornito prove false? No, e quando ci sono giunte notizie non vere, per verificarle abbiamo impiegato mesi. Ma le fonti erano assolutamente in buona fede. Invece, ci furono diversi tentativi di depistaggio che arrivarono alla questura. Anzi fu la questura stessa che, dalla sera dell’omicidio scelse come pista più probabile quella del regolamento di conti interno agli ambienti della droga. Solo noi eravamo certi che non era la pista giusta perché conoscevamo Fausto e Iaio.

Hai mai ricevuto minacce per questa storia? No, perché il mio è stato un lavoro sotterraneo. Quando crei una struttura del genere, solo una persona deve conoscere tutti e questa persona deve stare al riparo, per tutelare fonti e materiali.

Oggi può esistere un lavoro di controinformazione analogo? Apparentemente no. Non viene più fatta informazione militante, o controinformazione nel senso di metodo giornalistico. In realtà, però, sono cambiate le esigenze dei media: mentre in passato si faceva informazione contro quella ufficiale, adesso c’è più libertà di espressione e di stampa. Quindi ciò che serve non è una controinformazione, quanto piuttosto l’informazione. Bisogna muoversi, andarla a cercare. Altrimenti c’è un sistema che ti permette di parlare delle mutande del presidente dello Zimbabwe anche stando seduto su questa sedia.

Si può fare controinformazione senza essere partigiani? No, per fare controinformazione devi essere contro qualcosa.



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