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de Luca Visentini via FR
Sono cento racconti brevi o brevissimi che nell’insieme ricostruiscono, in un’unica vicenda, la Milano dal 1968 al 1977 di un ragazzo della nuova sinistra. Un compagno di base, non un dirigente, né un pentito. Non si parla di analisi politiche o dispute ideologiche, ma di amore, amicizie, famiglia, lotte e scontri concreti. Si legge un “clima”, un’umanità. Sono storie anche vere ma che trascendono, con la scrittura, l’autoreferenzialità. (...)
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La strage dei professori

di : Robert Fisk
domenica 18 luglio 2004 - 21h04

di Robert Fisk

Un tempo lontano i mongoli tinsero le acque del Tigri di nero inchiostro, gettandovi i libri iracheni che volevano distruggere. Oggi essi preferiscono distruggere i docenti iracheni che sui libri basano il loro insegnamento. Dal giorno dell’invasione anglo-americana dell’Iraq, hanno infatti assassinato almeno 13 accademici soltanto dell’Università di Baghdad, e un numero imprecisato di altri in tutto il Paese. Docenti di Storia, rettori, tutors di Arabo, tutti vittime della guerra all’apprendimento. Soltanto sei settimane fa - e naturalmente nessuno ne ha fatto parola - la preside della facoltà di Giurisprudenza presso l’Università di Mosul è stata decapitata nel proprio letto assieme al marito.

Chi siano in effetti i mongoli d’oggi è un doloroso enigma ancora tutto da chiarire. Studiosi frustrati e scontenti di certo non sono. Qualche cacciatore di baathisti tra di loro forse c’è, ed è anche vero che tutti i presidi di facoltà erano costretti ad iscriversi al partito di Saddam. Però, a quanto pare, nessuno di essi vi aveva un ruolo di rilievo. E l’ex presidente dell’ateneo, il chirurgo Mohamed Arawi ucciso un anno fa nella sua clinica con un colpo di arma da fuoco, era considerato persona liberale e ricca di umanità. Ormai i professori non perdono di vista la porta dell’aula in cui tengono lezione; chi può dare loro torto? Dopo tutto il professor Sabri al-Bayati della facoltà di Geografia è stato colpito e ucciso un mese fa sulla soglia del dipartimento di Lettere, sotto gli occhi di numerosi suoi studenti. «Gli hanno sparato laggiù,» mi spiegava un suo collega, ieri. «Diversi studenti hanno visto il killer, ma non hanno potuto fare nulla. Due colpi, questo è tutto. Il corpo coperto da un lenzuolo è rimasto sul pavimento per ben due ore prima che lo portassero via.»

Basta parlare con qualche accademico dell’Università di Baghdad, ed ecco che vengono fuori tutti i nomi. Il dottor Nafa Aboud del dipartimento di Arabistica è stato ucciso due mesi fa. Il dottor Hissam Sharif del dipartimento di Storia se ne stava seduto sulla soglia della propria abitazione a Baghdad, quando due killer sono arrivati e hanno sparato a lui e a due suoi amici che erano in visita. Il dottor Falah al-Dulaimi, vicepreside del college della Università Mustansariya di Baghdad è stato ammazzato nel suo studio, l’anno scorso.

«Che devo fare?» mi chiedeva Saad Hassani della facoltà di Inglese presso l’Università di Baghdad. «Solo un mese fa, hanno rapito mio figlio Ali, studente presso la facoltà di Biologia. Camminava fuori dal campus, un giorno di gran caldo; prese un taxi e l’autista gli offrì dell’acqua fresca. Perse conoscenza, e quando rinvenne si trovò in una stanza buia, con gli occhi bendati, e lo picchiarono e torturarono con la corrente elettrica. I rapitori non fecero mai il mio nome, tant’è vero che mio figlio a un certo punto li udì discutere del fatto che forse non ero io che volevano colpire.»

«Gli dissero che non volevano rimanesse in Iraq. Lo gettarono sul ciglio della strada da una macchina in corsa; almeno non l’hanno ucciso. Non partirà, per ora, perché non ha superato alcuni esami. Cosa dobbiamo pensare?»

Nell’ambiente universitario si ha la sensazione che sia in atto una campagna per togliere di mezzo tutto il mondo accademico iracheno, completare l’opera di annientamento dell’identità culturale irachena, iniziata con la distruzione della biblioteca coranica di Baghdad e degli archivi nazionali, e con il saccheggio del museo archeologico avvenuto non appena gli americani entrarono in Baghdad. «Può darsi che i kuwaitiani vogliano vendicarsi di quello che gli abbiamo fatto nel ’91», ha azzardato un docente. «Non è escluso che gli israeliani stiano cercando di fare in modo da impedirci di avere una infrastruttura intellettuale. Sì, potrebbe darsi che, come dice lei, il fenomeno rientri nell’azione di resistenza, ma cos’è in definitiva questa ’resistenza’ di cui si parla? Non sappiamo di che marca sia. Nazionalista? Ma perché dovrebbero liberarsi di noi. Religiosa, forse? La facoltà di Lettere è diventata un pulpito da cui predicare l’Islamismo, ma anche questi docenti fanno parte del mondo accademico.»

Nella città meridionale di Nassirya, molti capi dipartimento hanno ricevuto lettere minatorie con l’ordine di lasciare l’Iraq. Si sa di un professore universitario assassinato. Lo scorso maggio uno dei docenti dell’Università di Baghdad e al contempo medico praticante è fuggito all’estero dopo aver ricevuto una lettera di questo tenore. Il caso più orrendo è quello della preside del college di Giurisprudenza di Mosul, uccisa un mese fa. «Quando sono venuti, era a letto con il marito,» mi raccontava ieri un collega di Baghdad. «Le hanno sparato così, a freddo, mentre era ancora a letto. Poi hanno decapitato marito e moglie con un coltello. Non sono risparmiate né le facoltà scientifiche, né quelle umanistiche.» Quando l’hanno ammazzato nella sua abitazione, il dottor Abdul-Latif stava lavorando a un progetto di urbanizzazione per conto della facoltà di Geografia dell’Università di Baghdad. Il professor Wajih Mahjoub, invece, è stato assassinato al college di Educazione Fisica lo scorso aprile, nel momento stesso in cui le truppe americane entravano in Baghdad. «Il dottor Arawi sosteneva, due giorni prima di essere ucciso, di non aver nulla da temere,» ricorda un suo amico. «Diceva ’Non ho mai fatto del male a nessuno, tutti mi rispettano’. Ma suo figlio non era altrettanto tranquillo, tant’è che accompagnava sempre il padre quando si recava alla clinica. Gli assassini si erano presentati al medico come pazienti, poi invece gli hanno sparato proprio lì, all’ambulatorio, mentre il figlio era fuori in attesa.»

Nelle prime settimane del suo governatorato, Paul Bremer ha licenziato tutti i docenti universitari iscritti al partito baathista. «Senza più un incarico, hanno cercato di lasciare il paese,» spiega con rammarico un professore di Lettere. «Non erano persone di cui ci si potesse lamentare. Ora, chi è rimasto, non si presenta all’Università perché ha troppa paura, c’è la vita in gioco.» Ieri mattina mi sono recato alla facoltà di Lettere: non vi ho trovato anima viva. Le aule erano chiuse, sulla porta un grosso lucchetto.

The Independent
Tutti i diritti riservati
Traduzione di Maria Luisa Tommasi Russo

http://www.unita.it/index.asp?SEZIO...



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