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Sono cento racconti brevi o brevissimi che nell’insieme ricostruiscono, in un’unica vicenda, la Milano dal 1968 al 1977 di un ragazzo della nuova sinistra. Un compagno di base, non un dirigente, né un pentito. Non si parla di analisi politiche o dispute ideologiche, ma di amore, amicizie, famiglia, lotte e scontri concreti. Si legge un “clima”, un’umanità. Sono storie anche vere ma che trascendono, con la scrittura, l’autoreferenzialità. (...)
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LA TERRA DELL’ABBONDANZA

di : Enrico Campofreda
venerdì 8 ottobre 2004 - 15h13
1 comment

di Enrico Campofreda

C’è l’America che vuole la guerra, cerca un nemico qualunque purché lo si possa combattere, è ossessionata, ossessionale e paranoica. E dopo l’undici settembre è permeabile a ogni richiamo di complotto e attacco tanto da avallare complotti e attacchi dei propri governanti verso altri popoli. C’è anche un’altra America troppo occupata a lenire le piaghe sociali di disparità, disoccupazione e malattie e miseria che sembrerebbero impensabili all’ombra dei grattacieli.

E’ la terra dell’abbondanza secondo il verbo di Wim Wenders che a tratti riimmerge la cinepresa negli spettacolari panorami filmati vent’anni or sono in “Paris-Texas”. Ma solo lo spettacolo della natura è rimasto mozzafiato, l’aria che si respira oggi negli States è sempre più malata. Così la fiction wendersiana è documentario al pari e più del “Fahreinheit 9/11” di Michael Moore (dalla sua Wim ha la maestrìa dell’uso dell’immagine) fissa con dovizia l’angoscia paranoica di Paul, veterano del Vietnam sul quale quel conflitto ha lasciato un marchio indelebile risvegliato dal terrorismo islamico che ha colpito le Twin Towers. Con lui lo spettatore vive una penosissima dimensione e deve sforzarsi a tenere il passo per due ore.

Come e più di altri connazionali Paul crede di essere sulle tracce d’un nemico che scorge ovunque s’aggiri un immigrato povero, nelle bidonville-fungaie che proliferano sotto i ponti e ai margini delle superstrade. Contro costo lancia la sua personalissima azione preventiva fatta di avvistamenti, pedinamenti, foto, filmati, registrazioni realizzati dal suo pulmino trasformato in centrale operativa mobile. L’uomo non è un poliziotto federale né privato, è un americano medio che ha paura, e il passato nei marines non lo aiuta a vivere sereno anzi accresce il preconcetto dell’assedio. In più il clima da continuo allarme rosso che si respira in patria mette soggetti come lui in uno stato di mobilitazione permanete un po’ tragica e un po’ comica.

Paul ha una nipote ventenne, Lana, vissuta in Africa e in Palestina che torna nella sua America perché vuole offrire un personale contributo alla causa. Che per lei non consiste nel cacciare i terroristi dove non ci sono ma nel prestare aiuto ai diseredati. Così inizia a lavorare con un organismo sociale e serve pasti caldi in una mensa per poveri. Lane rappresenta quell’America che non odia, non divide, combatte un’altra battaglia per la comprensione e il sostegno del prossimo. Lei non guarda gli occhi orientali con sospetto o terrore e non pensa, come suo zio, che costoro stiano fabbricando ordigni per attentati.

La violenza contro questi soggetti poi c’è. A praticarla più che il policeman o il veterano Paul sono giovinastri un po’ xenofobi, un po’ qualunquisti che tirano sull’homeless coi grossi calibri (le armi si comprano al supermarket) come si trattasse di sagome d’un videogioco.

Ne fa le spese l’uomo col turbante che Paul pedinava perché insospettito dal trasporto di scatoloni con la dicitura borace. Dopo la morte dell’uomo Paul insieme alla nipote s’incarica di trasportare il cadavere nel villaggetto dov’è stato rintracciato il fratello della vittima. Come da tempo i media fanno credere all’intera popolazione Paul pensa di trovare lì un covo di terroristi. Trova persone normali, pacifiche e affettuose come il fratello dell’uomo assassinato, o al massimo persone diffidenti o ubriache di tivù. Nessun terrorista è in quelle lande e nessuno che pensa alla guerra.

La guerra è solo nella testa del povero Paul, vittima due volte: da reduce dell’inferno vietnamita (dove comunque lui ricorda che fu fermato il pericolo comunista) e da invasato dallo stato d’allerta preventivo e permanente che gli offusca la testa e la realtà.

Una realtà cruda anche per lui che vive con un ex commilitone in una casupola adibita, come il suo veicolo, a centrale investigativa; isolati e impauriti dal mondo nel Paese dove le comunicazioni e la tecnologia sono al top. Il Grande Fratello della Casa Bianca, che nei momenti di vero pericolo si è mostrato inspiegabilmente vulnerabile, predispone il popolo a vivere in una condizione d’insicurezza perenne di sospetto, tensione, paura.

Lo fa Bush potrebbe farlo Kerry, non passa per la Presidenza la salvezza degli yankee: il Vietnam e l’imperialismo nel mondo non sono nati recentemente con la caccia agli ex amici Saddam Hussein e Bin Laden. Ciò su cui l’America deve riflettere è la pessima sensazione che Lana, portatrice di pace, dice di aver vissuto in Palestina davanti all’immagine televisiva dell’attacco alle Torri Gemelle “Era terribile e lo era ancor di più perché la gente lì approvava. Non erano terroristi, era uomini qualunque ma ci odiavano”. Per gli statunitensi forse è giunto il momento di chiedersi perché.


Regia: Wim Wenders
Soggetto e sceneggiatura: Wim Wenders, Michael Meredith
Direttore della fotografia: Franz Lustig
Montaggio: Moritz Laube
Interpreti principali: Micelle Williams, John Diehl, Shauntoub, Wendell Pierce, Burt Young
Musica originale: Thom & Mackt
Produzione: Mikado
Origine: Usa
Durata: 114’

http://www.lankelot.com



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> LA TERRA DELL’ABBONDANZA
11 ottobre 2004 - 00h13 - Di c466d6b5bdb2433a30e6ace5ad891daa...

letto nella cronaca cittadina de la stampa di torino..pochi anni fà.

perquisita la casa di una persona che "amava" schedare gli abitanti del suo quartiere(s.salvario).
gli hanno trovato in casa i vari dossier,divise p.s,palette e lampeggianti,blocchetti delle multe e distintivi varii.
giocare a guardia e ladri piace..soprattutto agli "adulti".
non ne ho più saputo nulla.
saluti






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