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Al via ieri a Roma la 14esima Festa nazionale di Liberazione

venerdì 2 settembre 2005

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di Rina Gagliardi

"Una festa bella e grande": vi sembra una definizione troppo semplice? Però, è azzeccata - rende l’idea. Dodicimila metri quadrati, duecentocinquanta militanti che donano ogni giorno e ogni sera il loro lavoro volontario, un pieno di dibattiti politici e culturali, un’infinità di spettacoli e concerti, e decine di luoghi dove si mangia, si beve, e, soprattutto ci si incontra: in sintesi, questa è "Liberafesta", quattordicesima Festa nazionale di Liberazione, che ha preso il via ieri sera a Roma - con un Moni Ovadia tutto da godere.

La festa, si sa, è anche un rito. Una parte del suo bello è ritrovarsi, anche questa volta, dentro un universo e un meccanismo collaudati - amichevoli, fraterni, comunitari. Uno spazio di vita liberato. Poi, s’intende, c’è la sorpresa, quello che di anno in anno innova il rito. Quest’anno, il carattere speciale della Festa sta nella sua collocazione politica: a ridosso di una stagione massimamente impegnativa, che avrà nelle primarie di ottobre e nella sfida del segretario di Rifondazione comunista la sua prima significativa «scadenza».

Perciò, politicamente parlando, il tema sarà quest’anno il confronto a sinistra e sul programma: i due dibattiti centrali di Bertinotti con Fassino ed Epifani, l’«intervista» a Pietro Ingrao, le molte tavole rotonde tematiche, nelle quali si metteranno a fuoco questioni decisive (lavoro, scuola, ambiente, pace) delineano nel loro insieme un percorso coerente. Un contributo alla autonomia della sinistra e anche alla fisionomia dell’Unione. Non ci sarà, tra gli ospiti, Romano Prodi - e non è una distrazione, ma un atto di rispetto. Non si è voluto esporre il candidato-presidente in pectore dell’Unione a un confronto diretto fuoricasa, in partibus infidelium.

Ma la festa, si diceva, è un’iniziativa politica che per sua natura va oltre la politica tradizionalmente intesa. Intanto, perchè mischia i linguaggi, le modalità, le culture. E poi perchè realizza, forse come sua precipua finalità, l’incontro concreto tra persone e generazioni diverse - dai militanti appassionati di partito ai semplici curiosi.

Qui, la chiave di lettura di "Liberafesta" è la grande molteplicità degli spazi, quasi tutti autogestiti - dalla Libreria Odradek alla nuova ditta "Gc-Queer" (I giovani comunisti e gli animatori dell’inserto culturale settimanale di Liberazione). La chiave? La ricerca. L’apertura. Ma soprattutto la partecipazione - un po’ come i post-it gialli del Voglio (Bertinotti presidente) che saranno diffusi in gran copia.

Partecipare, qui, va preso proprio nel suo significato letterale: prender parte, rompere, anche simbolicamente, la passività, cominciare a liberare la propria soggettività. A noi questo lato della Festa profonda è quello che più ci affascina e ci coinvolge - e lo rende, piuttosto che un evento «minore» della politica, una sua espressione essenziale.

Alla (bella) festa milanese svoltasi nel luglio scorso, è capitato un dirigente d’azienda. Il quale, quando ha appreso che lì lavoravano gratuitamente ogni sera alcune centinaia di persone, molte delle quali addirittura usavano per questo le loro ferie, ha sbarrato di tanto gli occhi - e ha chiesto, quasi candidamente, qual era il «segreto» di questo miracolo: un lavoro dato per passione invece che per retribuzione, il sogno di ogni borghese che si rispetti.

Chissà se la risposta ha soddisfatto la curiosità di quel manager. Ma sicuramente non gli è stato facile capire la logica di fondo, che ispoira e produce un evento come la Festa. Neppure noi, a volte, ce ne rendiamo conto. Passiamo il tempo, talora, a chiederci se, in questo mondo sempre più selvaggio, può esistere ancora la "diversità" - la prefigurazione qui e ora di un mondo migliore di questa schifezza. Ma sì, esiste. Provate a passare, in questo mese, agli ex-Mercati dell’Ostiense.

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http://www.liberafesta.it