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Bolzaneto: "...cercavi giustizia e incontrasti la Legge..."

mercoledì 16 luglio 2008

"...cercavi giustizia e incontrasti la Legge..."

di Marco Sferini

Lo Stato si fa piccolo piccolo davanti al giudizio di uomini e donne che lo avrebbero dovuto servire nei caldi giorni del G8 genovese e che, invece, come riconosciuto anche dai tribunali, abusarono del loro potere. Ma l’accertamento dei fatti di Genova, e in modo particolare di quelli che accaddero alla caserma di Bolzaneto, si ferma qui per la giustizia. Davanti alle richieste dei pubblici ministeri, la Corte ha ritenuto di assolvere due terzi degli imputati e condannare l’altro terzo a pene che saranno prescritte entro il prossimo anno.

Quindi, in pratica, nessuno sperimenterà quella galera (che pure non ci piace) che invece toccò a moltissimi manifestanti pacifici e che toccò, soprattutto, con un esercizio sistematico di crudeltà che andava dalla "semplice" offesa e minaccia personale collegata all’assassinio di Carlo Giuliani (del tipo... ne abbiamo accoppato uno, ma ne accopperemo di più...) sino all’esaurimento delle forze provocato con lo sfinimento, facendo rimanere in piedi e a gambe divaricate i giovani malcapitati nelle mani delle forze dell’ordine.

L’etica di uno Stato la si verifica proprio quando questo è capace di autogiudicarsi, di fare ammenda delle proprie colpe e di usare le regole comuni per stabilire, semmai ce ne fosse bisogno, che le norme, le Leggi, i decreti e quant’altro valgono per tutti i cittadini e anche per la persona giuridica pubblica che si chiama troppe volte al di sopra della sovranità popolare.

Ma questi sembrano, anzi finiscono con l’essere discorsi astratti davanti ad una sentenza che non fa giustizia, che si mostra così timida da mostrare i lineamenti di un perdono immeritato.

Dopo l’archiviazione del procedimento penale che avrebbe dovuto accertare i fatti di Piazza Alimonda - perché è bene ricordarlo, i processi inerenti i fatti del G8 genovese sono più di uno - ecco che resta in piedi solamente il teorema accusatorio per i 25 giovani accusati di essere dei sovversivi pericolosissimi, di aver quasi attentato alla Costituzione della Repubblica.

Le guance rosse della timida giustizia qui non si mostreranno ai volti dei cronisti, all’ammasso caotico della pubblica opinione. Qui invece il giudice sarà di sguardo fiero, indefesso, corrispondente al nome che porta giudicherà e lo farà con codice alla mano e presunzione di imparzialità così come prevista dalla "lex".

L’altro giorno giocavo con le parole di una canzone di De Gregori: "Il bandito e il campione". Vi ricordate? In un passaggio, riferendosi a Sante il bandito dice: "...cercavi giustizia e incontrasti la Legge...". E’ l’esatto opposto di quello che hanno incontrato coloro che sono stati giudicati in questi giorni: hanno cercato giustizia? Può essere che qualcuno in buona fede vi sia. Hanno cercato la Legge, hanno cercato di uscire in tutta la maestosa anfitrionica solennità della legalità da una brutta storia di soprusi, di abusi e torture. Mentre per i giovani che sono stati a Bolzaneto la giustizia segna il passo e lascia il posto alla sacralità della legge: "dura lex, sed lex". In chiave negativa, ovviamente.

Poche righe fa, ho citato il termine "sovversivi" e, quando lo faccio, mi viene sempre alla mente la storia di Franco Serantini cui sono particolarmente affezionato da tanti anni, almeno da quindici. Ho già scritto in merito, ma quando l’oggetto delle mie parole è un fatto simile a quello di Genova, quando c’è di mezzo lo Stato nella morte di qualcuno (Pinelli, Masi, Ustica, piazza Fontana, Italicus, Saltarelli, ecc.) la vicenda di Franco è per me un accostamento naturale.

Raccontarla nuovamente qui prenderebbe troppe righe. Ma tutte le volte che nasce e cresce il paragone possibile tra quanto accadde sul Lungarno Gambacorti a Franco e quanto accade ancora oggi per abuso di potere, in nome della Legge (fraseologia che ricorda tanto il vecchio West e i suoi sceriffi), tutte le volte che questo momento di confronto emerge penso che c’è tutta una lotta politica da forgiare, da mettere in moto, da costruire nelle passioni e nelle menti proprio dei più giovani. Penso che da sola anche la nostra Costituzione non vale molto se non c’è una coscienza laica e democratica a proteggerla.

E penso che i comunisti siano dei laicissimi angeli custodi di quegli articoli che, dal 1948 ad oggi, ci hanno consentito una certa pace, una certa giustizia, una certa equità sociale. Imperfette tutte e quante queste conquiste, ma ancora lì come esempio, come punto di riferimento per la ricostruzione che va fatta, per la rifondazione non solo comunista, ma di un Paese che oggi vive di egoismo e sopraffazione e che se ne infischia placidamente se un migrante muore di stenti, se un lavoratore vola giù da un’impalcatura a 17 anni, se un rom è, come nella stragrande maggioranza dei casi, non quello stereotipo che si continua ad inventare di ladro, accattone, geneticamente disposto a tutto ciò.

La sentenza su Genova fa male proprio per questo: perché contraddice la giustizia, perché la ferma sul limitare della verità, perché concede all’impunità un nuovo capitolo che gli aguzzini possono scrivere e che i torturati devono subire.