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C’era una volta la coscienza di classe (precaria)

Publie le mercoledì 25 maggio 2011 par Open-Publishing

Sono sveglia e di nuovo senza un lavoro. I miei genitori, come sempre, formano due precise fazioni. Mia madre non sa trovare un ruolo a meno che non ci sia qualcuno da assistere. E’ una brava persona, con tanta voglia di aiutare, ma non capisce che così mi toglie autonomia. Mio padre, forse per egoismo, perchè non vuole dividere la sua compagna con me, forse perchè ha bisogno del suo aiuto, forse perchè mi vuole bene, forse proprio perché sa cosa vuol dire essere dipendenti da qualcuno, mi incoraggia e mi incita a resistere e lottare.

Ieri sera a casa mia c’era una specie di corteo di facce da lutto. Tante condoglianze, quella Malafemmina è stata proprio una santa (oddio!), era così bella, aveva così tanto senso dell’umorismo. Il lutto in realtà era un pretesto, una circostanza, perché la fine del progetto ha lasciato a casa un bel po’ di gente.

Wolf, il tecnico delle luci, altri colleghi, gente delle più svariate professioni, tutti assunti con contratti a progetto o con altro genere di incarico a tempo. Wolf voleva consolarmi e in realtà ha finito per scaricarmi addosso le sue ansie. Credo proprio che in questo momento non potrei reggere attorno persone come lui. Mi tolgono il fiato e io non riesco a essere l’antidepressivo di nessuno. Se non è reciproco aiuto dovrebbe almeno essere l’occasione per riprogettare qualcosa.

Una amica di Wolf mi dice che stanno discutendo di un progetto indipendente, una cosa che non si sa dove inizia e dove finisce, di quelle che non ci sono soldi ma c’è tanto entusiasmo, e io sarei utile, anzi secondo lei utilissima, ma senza garanzie di uno stipendio…

“e però possiamo costruire qualcosa…”

Ma certo, costruiamo, progettiamo, diciamo, pensiamo. Ecco, soprattutto pensiamo. Non lasciamoci sfuggire l’occasione di pensare. Prima che arrivi il fine settimana e che io sia di nuovo a trascinarmi tra tavoli di gente impazzita che beve proprio perché è allergica ai pensieri.

Ho trascorso una notte quasi insonne in cui mi tornavano alla mente gli esempi più frequenti ai quali assisto tra le persone che conosco.

La depressione o il ritorno dai genitori. Non volendo scegliere nessuna delle due opzioni, dato che ho tanto tempo libero, non mi resta che la rivoluzione.

Per il resto, stamattina non ho voglia di mettermi a cercare qualcosa da fare nei prossimi mesi. Chiacchiero su faccialibro con tante belle persone che tra una vita e l’altra trovano il tempo di regalarmi parole che attenuano la mia solitudine sociale. E le parole sono importanti.

Credo bisognerebbe creare uno spazio in cui chiunque abbia ricevuto un brutto colpo possa attingere a iniezioni di sicurezza. Non parlo delle frasi di circostanza ma di quella rabbia solidale, vera, che si sente a distanza tra un bit e l’altro, che puoi cogliere perché chi te la trasmette vive delle tue stesse speranze e dei tuoi stessi problemi. C’è tanto più distacco nelle frasi di chi finge di preoccuparsi di te mentre immagina quali lavori assegnare alla colf. E mi viene in mente una cosa che giudicherete vetero ma che per me, in queste circostanze, torna ad essere un valore. C’è una comprensione autentica, che passa tra soggetti che hanno coscienza di quello che vivono. Una volta si chiamava coscienza di classe. Ora non saprei come definirla perché non so neppure se per le precarie e i precari come me sia adeguato il concetto di “classe”.

Siamo una “classe” noi? E se si di che tipo? La classe degli e delle invisibili? Di quelli che alla prima difficoltà finiscono sotto i ponti? Demonizzati dalle imprese che dicono di non poter andare avanti a causa dei lavoratori consapevoli e perseguitati da usurai di ogni genere che bussano alla tua porta per toglierti l’aria che respiri perché non hai saldato la bolletta dell’immondizia.

Vai a spiegarlo che se non guadagni non compri e se non consumi non scarti e se non scarti non produci immondizia.

Dedico comunque questo post a loro, alle persone che sento solidali per appartenenza alla stessa “classe”, persone le cui vite mi sono sconosciute, ma che sento vicine, coinvolte, che mi spronano a reagire e che ieri, mentre trattenevo le lacrime dopo aver saputo che non avrei avuto più un lavoro, sono state lo specchio che mi ha permesso di vedere la parte che di me più preferisco.

Quella che resiste. Quella che esiste. Quella che vive, nonostante tutto!

http://malafemmina.wordpress.com/2011/05/25/cera-una-volta-la-coscienza-di-classe-precaria/