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CALLAGER CENTER

venerdì 25 agosto 2006

de Enrico Campofreda

Notizie, denunce e lagrimucce di coccodrillo recenti. Si riparla di casi noti, degli schiavi dei nostrani call center. Sottopagati, nongarantiti, vessati oltreché dalle aziende della new economy modello Atesia, dalla famigerata Legge 30 che ha istituzionalizzato lavoro nero, cottimismo, sfruttamento senza dignità per la persona come fossimo ai tempi di Dickens.

Ci sono le giuste inchieste d’importanti organi d’informazione, ci sono dossier di significative sigle sindacali ma c’è anche una legge votata da un certo governo (Berlusconi) e certi partiti (centrodestra) che piace anche a un altro governo (Prodi) e ad altri partiti (centrosinistra).

Forse non proprio a tutti, però finora nulla è cambiato. Così i quarantenni da 600 euro mensili, senza contributi, né garanzie per malattie, né ferie diventano sempre più numerosi, instabili, frustrati ma per loro di fatto s’alza al massimo qualche grido di dolore anche in una Sinistra tutta concentrata nella politica internazionale (sentite Giordano neosubcomandante di Rifondazione: “D’Alema ha cambiato la nostra politica estera“, sic).

Per i lavoratori dei call center, trasformati in Charlot di “Tempi moderni” intenti non ad avvitar bulloni ma a rispondere a ritmi imposti ai clienti telefonici, ci sono aziende che introducono prassi perverse. Loro stanno a cottimo e se fanno i banditi e fregano l’utenza hanno una provvigione, il proprio pizzo in più. Homo homini lupus. Lo fa bellamente da due anni la TelecomItalia dell’inappuntabile Tronchetti Provera e dell’efficace (a se stesso) Ruggiero con la campagna promozionale di Alice. Quanti apparecchi per l’Adsl sono stati recapitati e quante attivazioni conteggiate in bolletta a ignari clienti? Una marea. “Contenti e coglionati” dicono dalle parti del Colosseo e ovunque capiranno. Molti utenti si son tenuti la “promozione” anche perché se non pagano la bolletta diventano morosi e passibili di stacco. Così TelecomItalia incamera euro a palate e qualche cent va anche all’operatore cottimista trasformatosi in kapò nel suo lager.

Bell’Italia. Bel turbocapitalismo. Nient’altro che la porcheria della new economy nota più per gli scandali d’una finanza corsara che per l’efficacia d’imprese a investimenti duraturi. E - ripetiamo - quel che desta scandalo sono le leggi tatcheriane che il nostro paese ha adottato col placet di partiti e sindacati che ora spargono lacrime di coccodrillo. Cosa ci fa uno schiavo dei call center col dossier della Cgil se poi le cose non cambiano? Come per altri drammi del mondo del lavoro (incidenti e morti durante il servizio o mobbing duraturo e perpetuato) s’assiste a pronunciamenti generali o di principio cui non fanno seguito provvedimenti.

Spargiamo il pietoso vello sulle autorities che tranquillizzano solo false coscienze. Ai nuovi Cipputi dei servizi - come qualcuno li ha definiti - non servono periodici richiami di denuncia ma l’impegno parlamentare per abolire la Legge 30, definitiva madre d’ogni deregulation che fa cadere le maschere a molti sedicenti sindacalisti e politici di Sinistra. Quest’abolizione o riscrittura costoro, in linea coi berluscones, non la vogliono affatto perché come insegna il dottor Consorte l’affarismo pirata oggi è assolutamente trasversale.

Magari i precari schiavizzati si trasformassero in veri Cipputi, oltre al sarcasmo di papà Altan lancerebbero - come in certi periodi - qualche chiave inglese. L’unico argomento che talvolta fa meditare i signori sugli scranni di Montecitorio.