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Commenti sulla contestazione a Berlusconi.

mercoledì 16 dicembre 2009

Il martitologio di Berlusconi è al servizio del bonapartismo
di Marco Ferrando

Il titolo cubitale de Il Giornale di Berlusconi (“La violenza costituzionale”) chiarisce la cinica operazione in corso. Altro che”pacificazione”! Il governo addossa sfacciatamente all’opposizione e persino alla Costituzione la responsabilità del gesto di una persona psicolabile. E fa leva sul martirologio di Berlusconi per lanciare un nuovo affondo plebiscitario contro le opposizioni, per una modifica bonapartista della Costituzione. Occorre reagire. L’ipocrisia di un ministro degli interni che appartiene al partito dei “fucili” secessionisti e del “bianco Natale”antimigranti, ma recita la “non violenza”, va apertamente denunciata. Le sinistre politiche e sindacali non debbono farsi intimidire dal clima minaccioso che si annuncia. Di fronte ai balbettii di PD e UDC, debbono rilanciare un’opposizione sociale e politica, radicale e di massa, organizzando un vero sciopero generale: l’unica via capace di sconfiggere il governo, prepararne la caduta, aprire la via di una vera alternativa.


Chi semina vento raccoglie tempesta
di Sergio Cararo

Al colpo di souvenir lanciato da un cittadino dell’hinterland milanese e che ha ferito il Presidente del Consiglio Berlusconi, sembra che vogliano dare lo stesso clamore di un vero e proprio attentato. Mentre al popolo dei blog e di facebook viene dato il contentino di sfogarsi sulla rete, il sistema politico bipartizan prende la palla al balzo per utilizzare ai propri fini un episodio rilevante sul piano della cronaca politica ma tutto sommato relativo sul piano degli effetti materiali prodotti. L’obiettivo è quello di sfruttare l’accaduto per riportare tutti alla “calma”, quietare gli “animi surriscaldati”, mettere la museruola alle parole forti e…. riallacciare il dialogo/inciucio bipartizan sulle controriforme istituzionali ed economiche.

Su quanto accaduto, tutti tacciono però di due fattori politicamente rilevanti avvenuti domenica pomeriggio a Milano durante il comizio di Berlusconi, fattori estranei al lancio del souvenir contro il leader del maggior partito del centro-destra (questo e non un’autorità istituzionale era Berlusconi in quel contesto).

Il primo fattore è che non c’è stato il bagno di folla che il Cavaliere si aspettava nella “sua” Milano. Le cronache riferiscono di un migliaio di fans del Cavaliere di solito abituato a ben altre presenze di massa nelle sue apparizioni pubbliche.

Il secondo fattore è che il comizio di Berlusconi è stato contestato apertamente in piazza, segno questo della perdita di ogni soggezione pubblica e politica di un pezzo di società verso il leader politico indicato come eternamente vincente e popolarissimo. L’imprevedibile coda del ferimento di Berlusconi ad opera del sig. Tartaglia - almeno dalle immagini che hanno fatto il giro del mondo – ha aggiunto un volto segnato più dallo sgomento che dal dolore.

La destra in queste ore spara a palle incantenate contro tutto ciò che ha osato criticare Berlusconi sotto in ogni forma: dalle manifestazioni alle trasmissioni televisive, dai libri ai film, accusandoli praticamente di “concorso esterno in attentato a capo di stato”. Il Partito Democratico si spertica in dichiarazioni di condanna del fatto e maledice il momento in cui il sig. Tartaglia, invece di tornarsene a casa, ha deciso di lanciare un souvenir del duomo di Milano contro Berlusconi. Il direttore del quotidiano La Repubblica quasi si pente di aver condotto una campagna giornalistica critica verso il Primo Ministro. Uniche eccezioni, al momento, Rosy Bindi e Di Pietro che in modi diversi hanno invitato il Cavaliere a non fare la vittima.

Il punto infatti è anche questo: chi semina vento non può che raccogliere tempesta. Berlusconi ha palesemente costruito il suo blocco sociale di potere proprio sull’ideologia dell’odio di classe, scatenando sistematicamente i suoi ministri o i suoi alleati della Lega prima contro gli immigrati, poi contro gli insegnanti e i lavoratori pubblici, poi ancora contro i sindacati o gli studenti che occupavano le scuole. Paradossalmente fino a quando il target di questo odio erano i settori sociali subalterni, il Cavaliere ha trovato compagni di strada anche nei distinti commentatori liberaldemocratici (dal Corriere della Sera al Sole 24 Ore e alla Stampa). Quando invece si è fatto prendere la mano ed è passato a istigare all’odio anche contro magistrati, autorità istituzionali e giornalisti (fino a voler "strozzare" chi ha scritto libri o film sulla mafia), i liberali si sono fatti più prudenti, riluttanti, quasi ostili, ma mai, mai, mai avrebbero pensato che qualcuno nella società reale (e non nei salotti o nelle camere di compensazione bipartizan) potesse alla fine sentire questo odio come reciproco.

Se osserviamo la spaventosa sottrazione di ricchezza a vantaggio dei ricchi ed a scapito dei lavoratori avvenuta in questi ultimi diciassette anni, se rammentassimo gli effetti perversi della oligarchizzazione della rappresentanza politica prodotta dal sistema maggioritario re-introdotto nel 1993, se comprendessimo come dentro la società astratta c’è anche una società reale che riesce a distinguere tra le responsabilità di un immigrato e quelle di un ricchissimo leader politico sulla propria difficoltà quotidiana del vivere dignitosamente, allora si potrebbe guardare a quanto avvenuto in un pomeriggio milanese con occhi assai diversi da quelli dell’ipocrisia.


Il potere della vittima e lo scontro all’americana
di Salvatore Cannavò

E’ un evento del tutto eccezionale quello provocato da Massimo Tartaglia, sconosciuto personaggio destinato a ricalcare, sia pure in scala minore, la notorietà del forse dimenticato Pallante, autore dell’attentato a Togliatti. Un presidente del Consiglio colpito in pieno volto, al termine di un suo comizio, nella sua città natale e perno del suo potere politico e imprenditoriale, è un fatto di sicura eccezionalità. Uno shock per la potenza esibita dallo stesso Berlusconi, uno smacco per i servizi di sicurezza, un gesto destinato a occupare la centralità politica delle prossime settimane.
Un gesto su cui si misura la miseria della politica italiana le cui reazioni, come sempre, sono molto al di sotto della portata dei fatti e inadatte a spiegarseli e a spiegarli. E così da destra è tutto un gridare al «clima d’odio» provocato nel paese da «precisi settori politici e dell’informazione» per utilizzare le insulse parole del ministro Bondi. Ci ha pensato, del resto, il fidato Bonaiuti a presentarsi ai Tg della sera per snocciolare il messaggio che sta a cuore alla maggioranza e a Berlusconi in persona. Sfruttare un episodio, che pure certamente lo ha scosso come si desume dall’immagine del volto insanguinato, per mettere in evidenza il suo essere vittima della congiuntura politica la cui violenza dei toni "arma" le mani di alcuni sconsiderati capaci di arrivare a gesti estremi.
Dal punto di vista del premier la reazione è del tutto comprensibile e scontata. Logico anche che i suoi uomini si gettino a corpo morto sul fatto per cercare di uscire da un angolo in cui Berlusconi si era cacciato. Che poi il clima di «odio» sia in larga parte generato dai comportamenti del presidente del Consiglio, dai suoi attacchi furibondi, dalle “consegne” date ai suoi giornali e alle sue tv - cos’è stato il killeraggio contro Boffo orchestrato da Vittorio Feltri, peraltro costretto dagli avvocati a fare marcia indietro? - dalla sua propensione “eversiva” è una ovvia constatazione che i dirigenti del Pdl non potranno mai fare. Così come evidente è l’altra considerazione: lo scontro con la magistratura e con la Corte costituzionale origina non già da una diversa visione degli assetti istituzionali del Paese ma dal fatto che chi attacca i giudici è un sempiterno imputato che, come tutti gli imputati, cerca di sottrarsi al legittimo giudizio.
L’operazione di Berlusconi si avvale però di uno stuolo di commentatori della grande stampa che non perdono l’occasione per cimentarsi con uno dei loro pezzi forti. Si guardi Lucia Annunziata sulla Stampa o Pierluigi Battista sul Corriere - non citiamo per amore della decenza il fondo del Giornale: immediato collegamento tra il lancio di Tartaglia e il NoBday o, addirittura, l’immancabile rimando agli anni 70. E’ un riflesso inarrestabile quello di far risalire qualsiasi fatto violento si generi oggi a quanto accaduto in Italia negli anni 70. E il furore ideologico è tale che si perdono di vista aspetti essenziali: pure nel clima del decennio più movimentato del dopoguerra nessuno - tranne il caso di Bertoli contro Rumor - si era spinto a colpire in una pubblica piazza un presidente del Consiglio. Eppure, negli anni 70, i cortei passavano sotto piazza del Gesù, sede della Dc, urlando slogan piuttosto aggressivi e spesso qualche mano si esibiva nel gesto della P38. Così, per tornare a oggi, lo stesso Battista, prima di costruire il collegamento tra opposizione politica e “il lancio della statuina”, è costretto ad ammettere che in piazza c’era una distanza enorme tra i contestatori e il gesto di Tartaglia. Però il collegamento lo fa lo stesso, deve essere fatto perché questo episodio servirà a normalizzare la situazione.
Del resto, dall’opposizione "democratica" i toni sono di grande rasseneramento. Niente violenza, niente odio, torniamo a discutere serenamente. Con la sola eccezione di Di Pietro, e di Rosi Bindi che in un’intervista a La Stampa ammonisce Berlusconi a «non fare la vittima» visto che il clima odio «dipende anche da lui», i dirigenti di Pd e Udc iniziano ad ammorbidire i toni, forti anche dei toni più moderati che lo stesso Berlusconi aveva utilizzato nel suo comizio, allontanando la prospettiva di elezioni anticipate e smettendo di attaccare Giorgio Napolitano (che ieri sera ha chiamato personalmente il leader della maggioranza).
In realtà, tutto questo fiume di parole e questo fumo ideologico non permette di ragionare attentamente sul gesto e il suo significato. L’elemento eccezionale è innegabile; Tartaglia è in cura psichiatrica da dieci anni e la sua reazione immediata è tipica di una persona non stabile. Eppure su Facebook, la pagina creata in suo nome ha raccolto più di 40mila “fan”. L’adesione a un gesto che non ha nulla a che fare con la politica, che non accresce in alcun modo l’opposizione al governo, anzi la depotenzia, è stata esponenziale. I dati vanno presi con giudizio, Facebook è uno strumento che ben si presta a esaltare le emozioni immediate, connette e mette in rete i pensieri in libertà e si presta a dare fissità a semplici modi di dire. Eppure il dato fa riflettere. E fa riflettere sulla mancanza di politica, sulla mancanza di luoghi in cui organizzare un disagio evidente, dare continuità a una ribellione diffusa e settorializzata - da facebook, appunto - che, sia pure in forma esemplare ed eccezionale, si individualizza.
Il gesto di Tartaglia, il consenso da social network che genera, fa pensare, una volta di più, all’americanizzazione del conflitto sociale in Italia. L’attentato individuale al Presidente è un genere cinematografico e letterario che tanto spazio ha occupato negli Stati Uniti. In Italia si è determinato, per la prima volta, con Silvio Berlusconi - il cui agire è tutto intriso di americanizzazione - e lo si ritrova sia nel fatto avvenuto ieri ma anche nelle modalità di alcune manifestazioni, nella rarefazione dello scontro sociale, nella scomparsa della sinistra di classe.
Da questo punto di vista, senza enfasi e senza trarre conclusioni eccessive, l’evento di un uomo solo, disturbato mentalmente e che in una piazza Duomo gremita colpisce in pieno volto il presidente del Consiglio, fa riflettere anche noi.

Messaggi

  • Come sempre la breve analisi del grande Marco Ferrando (uno davvero comunista) si rivela la più lucida nella sua seppur semplice argomentazione. E’ finito il tempo dei parolai. La drammaticità della situazione economica e sociale impone un deciso cambio di rotta da parte di tutte quelle forze politiche, sindacali, movimentiste, associazioniste ecc... che hanno a cuore la difesa dei diritti civili e delle libertà individuali.
    Obbiettivo assolutamente minimo visti i tempi bui ed i concreti rischi di dittatura fascista che stiamo correndo...
    Risvegliare le coscienze dal lungo sonno della ragione attraverso la dura e radicale lotta, ecco la ricetta, ecco le parole d’ordine. Altre vie non ce ne sono.