Home > Gaza nella morsa dell’embargo

Gaza nella morsa dell’embargo

Publie le lunedì 23 maggio 2011 par Open-Publishing

Gaza appare oltre il tunnel di reti metalliche e lamiere che parte dal valico di
Eretz. Ci arriviamo alla fine del percorso di incontri avuti nella West Bank con
molti soggetti della società civile palestinese. Eretz dopo l’operazione "piombo
fuso" è un miraggio: passano con il contagocce persone e beni. E sia le persone, sia
i beni devono avere lo stato di eccezionalità valutata unilateralmente dalla
sicurezza israeliana. Le stesse nostre attese di giorni per attraversare il confine,
nonostante il carattere istituzionale della missione, ci sono state motivate con il
termine "Security". Pochi giorni prima siamo stati evacuati in fretta e furia dalla
struttura del valico per motivi di sicurezza in quanto le manifestazioni per la
Naqba (la catastrofe per i Palestinesi, che coincide con la nascita dello Stato
israeliano) erano arrivate vicino al confine, dalla parte di Gaza. Colpi di carro
armato e mitragliatrici hanno lasciato sul terreno un morto e sessanta feriti. Nei
giorni successivi, le nostre richieste di entrata nella striscia di Gaza per portare
a termine il viaggio di osservazione e monitoraggio della Provincia di Roma avevano
ricevuto risposte che oscillavano tra ritardi per "l’eccezionalità del momento" e
vaghi riferimenti ad una non meglio precisata "security".

Un chilometro di tragitto dal muro di confine, attraverso la terra di nessuno
cannoneggiata nei giorni della Naqba e ci ritroviamo nello spicchio di terra
governata da Hamas. Ci aspetta Sami, un operatore della cooperazione che ci farà da
accompagnatore e guida nella Striscia. Decidiamo di recarci immediatamente a
visitare il progetto degli orti domestici nella Zona di Shaaf, a ridosso del
confine. Una zona colpita duramente dalle operazioni militari del 2009. Qui si
sviluppa il progetto delle Ong Acs e Parc degli orti domestici. Un sistema di
filtraggio garantisce la fonte di approvvigionamento dell’acqua per l’irrigazione.
Usufruiscono di questo progetto 11 famiglie che hanno subito perdite umane durante
le operazioni militari e che non hanno fonti di reddito sufficienti al sostentamento
del nucleo familiare. Gli operatori della cooperazione ci raccontano soddisfati dei
risultati del loro programma di food security, sottolineando l’incidenza
dell’iniziativa sotto il profilo del protagonismo delle famiglie nel creare una
economia domestica e una esperienza di autonomia alimentare.

Lungo il percorso del nostro peregrinare, dalla strada sale un impressione di
lavorio minuto, un’ umanità in movimento e in continua costruzione di qualcosa di
fisico. La casa, il negozio, la macchina, oggetti in riparazione ovunque. Non
possono sfuggire allo sguardo le foto e i ritratti di giovanissimi combattenti morti
nei tanti scontri con l’esercito israeliano e dei "martiri", come li chiamano i
palestinesi. Adolescenti in posa e tenuta militare, armati fino ai denti. Come non
può sfuggire il timido affacciarsi estetico dei risultati degli accordi tra Hamas e
Fatah. Sui tetti di alcune case appaiono bandiere gialle di Fatah e lungo le vie
qualche stendardo del Fronte Popolare. La riconciliazione, voluta fortemente dai
movimenti dei giovani, qui a Gaza si inizia a respirare.

"Uno stato laico, in cui viga la Giustizia sociale. Plurale, in cui le tante
differenze della nostra società si possano esprimere democraticamente". Così i
giovani del movimento 15 marzo, che questo desiderio di riconciliazione sono
riusciti a portarlo nelle piazze delle principali città palestinesi. Li incontriamo
subito dopo nei locali di un’associazione di artisti, nel cuore di Gaza. Ragazzi
protagonisti di un movimento che ha inondato le piazze di molte città per opporsi
alla contese politiche interne al fronte palestinese e rivendicare il diritto
all’autodeterminazione del loro popolo. Un breve scambio nel centro culturale, per
rivederli di nuovo nel pomeriggio, nel locale dove Vittorio Arrigoni trascorreva con
loro intere serata a discutere di tutto, a confrontarsi sul presente ed sul futuro
della Palestina. Sono giovani, giovanissimi, determinati ed entusiasti del nostro
interesse e del clamore che hanno suscitato oltre i confini del loro Stato in
embrione. Negli occhi si legge ancora la gioia per l’incontro e le giornate passate
insieme alla carovana di italiani e internazionali passata per il confine di Rafah.
Un incontro e uno scambio che li ha segnati, un rapporto che non vogliono perdere,
ci dicono.

Insieme diamo vita ad una sorta di celebrazione in memoria di Vittorio. Ci fanno
vedere i video che hanno montato in sua memoria, uno di questi è un pezzo rap
sull’aria di una delle più famose canzoni di lotta palestinesi. Vengono i brividi.
Una canzone e un video che ci chiedono di far conoscere, anche per dimostrare il
loro amore per Vittorio "uno di noi". Si perché qui Arrigoni è veramente uno di
loro. Troviamo striscioni dedicati a lui nel Centro IBDA del campo Profughi di
Betlemme, nell’asilo autogestito di un altro campo profughi sempre nei pressi di
Betlemme. Il suo volto appare nei locali, stay human campeggia nelle case dei
giovani palestinesi, nei desk dei telefoni cellulari, nelle magliette che ricordano
il suo volto e le sue parole. I ragazzi ci rappresentano la vita a Gaza e la voglia
di sentirsi cittadini di una comunità grande, globale. Giovani ricchi di passione
civile e politica, artisti di ogni arte, militanti politici e sociali, rinchiusi in
una prigione chiamata Gaza. Si perché l’embargo è anche questo, è privazione di
futuro, di relazioni vitali, di sbocchi per coltivare passioni e saperi. Dai valichi
non passano merci fondamentali per la vita nella striscia e le persone che li
possono attraversare si affidano ad Allah o a qualche malattia grave che a volte può
rappresentare un lasciapassare. Gaza è chiusa e la popolazione soffre questa
prigionia in termini materiali e spirituali.

Una parte della società di Gaza avverte anche i rischi e le conseguenze politiche
della rappresentazione esterna della loro comunità. Qui ci c’è una società civile
che vuole comunicare con il mondo, scambiare punti di vista, aprirsi. Questo il dato
prevalente che emerge da questa missione. Gaza deve aprirsi all’esterno, respirare
di contatti civili, economici ed istituzionali. L’embargo colpisce soprattutto i più
deboli e radicalizza i sentimenti, facendo il gioco dei gruppi politici più estremi.
Di questo bisogna parlare oggi, di come aprire Gaza e il suo milione e mezzo di
esseri umani alla vita e al futuro; di come sviluppare pressioni internazionali
affinchè i valichi vengano aperti e l’embargo cessi di uccidere lentamente questa
comunità. E’ la direzione naturale che deve seguire il corso politico dei rapporti
tra Israele e Palestina, soprattutto alla luce delle ultime dichiarazioni di Obama e
del riconoscimento dello Stato di Palestina di molti paesi a livello internazionale.
Non ha alcun senso né politico, né militare mantenere Gaza nell’isolamento. Di
questo si deve convincere la comunità internazionale.

Del bisogno di sentirsi in rete con il mondo ci parla anche il Rettore
dell’Università pubblica di Al Aqsa. Lo incontriamo dopo aver visitato la zona di Al
Shoka (14.000 abitanti) che sarà interessata dal progetto di orti domestici e
riqualificazione degli spazi urbani, di cui la provincia e cofinanziatrice. Otto
facoltà, novecento impiegati, 17mila studenti, Al Aqsa si presenta come un vero e
proprio campus immerso nel verde. Qui sorgeva la municipalità di una delle colonie
che occupavano la striscia di Gaza. Il Rettore ci chiede di aiutarlo a comunicare
con il Mondo, di aprire l’università all`Europa, di dare vita a partenariati con le
università italiane. Un desiderio di immettersi nella cultura globale che diventa
commovente quando ci fa capire che vorrebbe "dare futuro ai suoi ragazzi". Ci
racconta il suo dolor nel vederli crescere rinchiusi entro le mura di Gaza. Con
rammarico evidente ci racconta che la maggior parte dei suoi studenti sceglie
materie utili all’insegnamento, in quanto "qui a Gaza ci sono tanti bambini e
giovani e la scuola diventa occasione di lavoro, mentre gli altri settori non
decollano". Aule per uomini, aule per donne, mense per uomini, mense per donne, Al
Aqsa è anche questo. Un rettore globalizzato dentro un sistema di regole che non lo
rispecchiano.

La mattina seguente siamo di nuovo al valico di Eretz. La stanca e svogliata polizia
di Hamas ci controlla i passaporti e ci lascia passare con un debole e fuori luogo
"welcome" di saluto. E’ trascorsa una settimana in terra di Palestina e torniamo con
tante domande aperte e con la soddisfazione di aver contribuito a riaprire il
dialogo con una parte di paese reale che richiede futuro e che è stanco della guerra
e dell’occupazione. Tra le domande aperte, quella sul futuro di una porzione di
terra maledetta dalle politiche dei due pesi e due misure della politica di
sicurezza internazionale. Una politica che sigilla Gaza nel suo embargo e non si
pena di sanzionare un Paese capace di continuare la politica delle "colonie" in
terra palestinese, in barba a risoluzioni Onu e al diritto internazionale. Ha
ragione Obama, è il momento di applicare il diritto internazionale e le Risoluzioni
dell’Onu. Israele si ritiri entro i confini del ’67 e nasca finalmente lo Stato di
Palestina. Triste ironia della politica e della Storia, a dire "no" troviamo il
governo israeliano e il governo di Hamas.

da Micromega

di Gianluca Peciola* consigliere di Sel alla Provincia di Roma*