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Il 25 aprile e il fattore D

domenica 24 aprile 2005

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di Piero Sansonetti

Il 25 aprile - idealmente - nacque la Repubblica, e iniziò il cammino dell’Italia moderna. Lunedì festeggiamo il sessantesimo. In un clima, però, di polemiche infuocate. E’ una particolarità italiana, questa: negli altri paesi la festa nazionale è un giorno di celebrazioni, solenni, patriottiche, spesso un po’ o parecchio retoriche: punto e basta. Pensate al 4 luglio in America o al 14 luglio in Francia. Si fanno i fuochi di artificio, qualche discorso, qualche ragionamento sulle radici della democrazia americana o francese. A nessun americano verrebbe in mente di dire: "Però, stiamo attenti, noi abbiamo il dovere di ricordare non solo la rivoluzione americana ma anche i soldati inglesi che caddero per difendere la corona... ".

E nessun francese potrebbe mai pensare che il 14 luglio, oltre a commemorare la presa della Bastiglia, bisognerebbe anche rendere omaggio a Luigi XVI, a Maria Antonietta e alla gloriosa monarchia che fu abbattuta dai rivoluzionari francesi quel giorno. Com’è che invece da noi, ogni volta, si apre una polemica? In realtà é da una decina d’anni che questo avviene, prima non era quasi mai così. Il motivo, se vogliamo dire le cose come stanno, è abbastanza semplice: la destra italiana non sente il 25 aprile come una festa sua, non lo ha mai sentito, perchè ritiene che in quella data una alleanza tra l’esercito americano e i democratici e i comunisti italiani sconfisse la destra storica: cioè il fascismo, Mussolini, la repubblica di Salò. E quindi considera il 25 aprile una festa politica e non nazionale, una festa di parte, e fondamentalmente una festa di sinistra. La questione è tutta qui. E si ingigantisce in un momento, come quello attuale, nel quale la destra è al governo e quindi i suoi dirigenti, che sono rappresentanti dello Stato, si trovano in contrasto ideale con il 25 aprile e dunque con le solenni celebrazioni nazionali, popolari o di stato.

Ma se le cose stanno così - e chiunque abbia un po’ di buonsenso e di onestà intellettuale lo capisce - cosa c’entra la sinistra con tutto questo, e perché tirarla in mezzo alle polemiche? Ieri anche la Stampa, con un editoriale di Lucia Annunziata, ha posto il problema in questi termini. Ha scritto che la sinistra e la destra si azzuffano sul 25 aprile perché ciascuno vuole strumentalizzarlo a suoi fini politici. Non è così. La sinistra vuole celebrare una vittoria politica e storica del popolo italiano, che contribuì in modo determinante a far cadere il fascismo e a scacciare l’esercito di occupazione tedesco. Cosa c’è di strumentale? Il fatto che la maggioranza dei partigiani fosse comunista o socialista è una colpa della sinistra?

Se vogliamo affrontare seriamente il problema dobbiamo dire che in Italia è aperta da dieci anni una questione molto seria: la questione della destra. Il fattore "D". La destra ha assunto - dopo mezzo secolo di emarginazione - funzioni di governo, ma che non ha ancora trovato la forza politica e culturale per affrontare il suo passato e per tagliare nettamente con esso. Resta, più o meno consapevolmente, più o meno volontariamente, erede del fascismo, non sa rinunciare a questa eredità. Sente la lotta tra partigiani e fascisti come una guerra civile dove ragioni e torti si equilibravano, e in questo modo non riesce a entrare a pieno titolo dentro la storia nazionale di questa Repubblica. Non vuole ammettere - non ci riesce - che questa è una Repubblica antifascista. E’ un problema che sicuramente non esiste né in Francia né in America, perché la destra francese e americana non è mai stata compromessa col nazifascismo e anzi ha contribuito a combatterlo.

Quanto prima la destra italiana riuscirà a superare questo suo problema, tanto più renderà limpida e facile la lotta politica con la sinistra. E sarà più forte. Finché non riuscirà a compiere questo passo (a dire a voce alta: "viva la resistenza antifascista") e continuerà ogni volta a contrapporre anticomunismo e antifascismo, resterà "minorata", cioè non pienamente libera politicamente. Il problema è loro, non è della sinistra.

E per fare questo, la destra deve uscire dal suo stereotipo. Cioè dall’idea che si possano mettere sullo stesso piano antifascismo e anticomunismo. No, non si può. Perché? Per questa ragione: in Italia il partito fascista ha soppresso la libertà e portato il paese alla rovina, e lo ha consegnato ai nazisti; il partito comunista, viceversa, ha avuto una parte enorme nella battaglia che ha portato a riconquistare la libertà, e poi a costruire, e a difendere, per 50 anni, la democrazia italiana e lo Stato di diritto. Non mi pare che sia difficilissimo afferrare e condividere questo concetto.