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Un saluto a pugno chiuso

venerdì 11 agosto 2006

di Daniela

La morte di un compagno lascia sempre senza parole. Come ha scritto su un altro sito Federico, non lo conoscevamo, e non lo conosceremo mai, ma quel poco che sappiamo ci basta a dire che era uno di noi.

E’ stato accoltellato a Gerusalemme, dove stava collaborando ad un progetto di cooperazione organizzato da Arci e Cgil

Lo ricordiamo con un suo scritto, che molti in queste ore stanno pubblicando
Uno scritto di Angelo, per il giornalino del PRC di Monterotondo.


Fare l’amore con la Non-Violenza per partorire la pace dal grembo della società

NON-VIOLENZA: GREMBO DI PACE

"Non rinchiuderti, partito, nelle tue stanze, resta amico dei ragazzi di strada"

Per noi che solo Oggi muoviamo i primi passi, lasciando impronte sulla sabbia della Storia che è quella del mondo, decisi di dirci comunisti, per noi guardarci alle spalle è la cosa prima. Le vicende e gli studi della nostra gente, dalle derive più contraddittorie alle nobili conquiste, vanno rivisitate costantemente sia con il senno che fu, sia con i nostri occhi ed attraverso le nostre intellighenzie trovare processi e mondi nuovi in un percorso di continuità con le/i compagne/i di Ieri.

La lotta per l’emancipazione non si fa solo in nome del futuro, ma anche in nome delle generazioni sconfitte: il ricordo degli avi asserviti e delle loro lotte è una delle principali fonti di ispirazione morale e politica del pensiero e dell’azione rivoluzionaria. E’ W. Benjamin (-Tesi sul concetto di storia-1940).

Pensiamoci un attimo..

Una possibilità già c’è: La NON-VIOLENZA.

Pratica alta del confronto, un qualcosa d’opposto alla passività e alla rassegnazione, valorizzazione del diverso, sorella-gemella del dialogo attento ed interessato (Vendola direbbe: "un dialogo spesso è solo la somma disperante di due monologhi").
In primo luogo nell’aspetto comunicativo, bandendo registri linguistici che rimandino a campi semantici di tipo militarizzante (ex: nemici, schieramento, battaglie,..), e poi in quello delle nostre relazioni quotidiane, con ci sta accanto ma non conosciamo.

Liberiamoci dalle contaminazioni delle violente brutture che diventano parte di noi.

Compagne/i, è vero o no che un nostro limite è la grande entità d’abisso tra i nostri valori generali e le nostre pratiche?!?

Dobbiamo riconoscere che la N-V è un lusso per molti angoli del mondo, ma infatti non chiedo di abrogare la legittima difesa, mai(!) mi sognerei di criticare la Resistenza, il sangue del pueblo vietnamita, la riscossa dei popoli colonizzati, le fionde dei ragazzi palestinesi nella prima intifada dinnanzi a carri armati.

La violenza che c’è nel mondo non ce ne consente altra direbbe il Segretario; pace adesso.

La NON-VIOLENZA, come il comunismo, è ad un tempo una finalità, una metodologia, un percorso.

Il comunismo, come la N-V, si può esprimere almeno in 1000 ed 1 modi come le fiabe ambientate nella magica Bagdad, oggi sconvolta nelle lacrime.

L’egemonia del mercato e l’affievolimento delle ideologie inibiscono gli slanci di partecipazione che in modo innato abitano nelle donne e negli uomini.

I miei compagni grandi del cirkolo mi hanno fatto capire la non-sufficienza (se non evanescenza) del "proselitismo" e la necessaria spontaneità del risveglio di noi giovani e delle masse in generale, un qualcosa che non dipende solo dalle contingenze, nasce da dentro.

Storie di diritti ottenuti, pratiche non-violente, partecipazione democratica, armonia con la natura, collettività, coscienza critica.. Questo è un buon inizio di campo semantico!

Il PRC deve essere al servizio di queste esigenze, esserne per lo meno il raccoglitore, e magari un trait d’union con le istituzioni.

"Non rinchiuderti, partito, nelle tue stanze, resta amico dei ragazzi di strada" (Majakovskij).

Mi auguro che la fratellanza con i movimenti vada incrementandosi; la meglio Genova non va dispersa!

La negazione della violenza non è un dogma inderogabile, anni luce distano fra noi e i fondamentalismi e le torsioni integralistiche, poiché un principio assoluto rappresenterebbe esso stesso un atto violento, fuga da confronti, fobia da contaminazioni.

Ripensando la Resistenza, guardiamola in profondità, dove la storiografia ha visitato poco, quei partigiani silenziosi, senza gloria, quelli come Pavese che rapirono vite con orrore, timore, inadeguatezza, quella resistenza cattolica senza armi, ed altre ombre lucenti..

Ed oggi?

Il fatal binomio guerra-terrorismo sembra ineluttabile.

Sarebbe ottimo liberarsi dell’idea che ci sia giustificazione all’orrore se è prodotto in risposta ad altro subito in precedenza.

Sarebbe bello sposare la pratica non-violenta nell’affronto di ogni problematica e la pace come stadio al quale tendere.

Fare l’amore con la NON-VIOLENZA per partorire la pace dal grembo della società.

Più che conscio della disorganicità del mio scritto, ottimista nell’imput d’un tema da sviluppare nelle stanze del mio cirkolo e con gli amici della strada, concludo così (con Nikita ed apparente disarmonia):

Quando sono con i compagni di lavoro e di lotta, e capita persino di scoprirsi amici, e la politica che ci abita dentro come un inquilino scomodo e non come una abilità para-impiegatizia.

Quando sono con il mio amore, ieri perduto e oggi ritrovato e domani chissà, perché perdersi e ritrovarsi è un po’ il destino degli amori veri.

Quando sono solo con me stesso e mi dico tutte le verità, anche le più spiacevoli, cercando nonostante tutto di volermi bene.

Angelo Frammartino

novembre 2005

http://www.rifondazioneprato.it/content/view/1122/4/