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MIMOSE

sabato 4 marzo 2006

di Enrico Campofreda

Io sono mia e mani a vagina. Mimose da tutti anche dal capufficio molestatore. L’otto marzo di chi è tornata in piazza a difendere i diritti della sua persona è stato a lungo così: al femminismo militante degli anni Settanta è seguito il “femminismo” di maniera di chi ti riconosce per quel giorno una ricreazione a comando. Capo, collega, marito, compagno per tacere del capitale che commercializza l’evento come un San Valentino cellophanato. Merchandising che s’aggiunge alla mercificazione dei rapporti amorosi, relazionali, sessuali dove il maschio eredita il potere fallocratico del vetero patriarcato e lo ripropone con schemi appena ridipinti del vivere contemporaneo. Che i Paesi confessionali e post confessionali riproducano simili comportamenti è chiarissimo basta girare lo sguardo all’Iran degli ayatollah e all’Europa moderna dove, come da noi, più è radicata la cultura cattolica. In questi luoghi si rilancia il trito tribalismo d’una donna posta sotto tutela. Non lo fanno solo Khamenei e il Santo Padre, lo fa gran parte della comunità.

Nel Belpaese la miseria maggiore l’offre naturalmente il mondo politico. Il parlamento italiano e i suoi partiti, nessuno escluso, sono lo specchio del controllo che il maschio vuole serbare. e non saranno le quote rosa a scuoterne il conservatorismo. Quello che più stride con una presenza autonoma e autodeterminante dell’altra metà del cielo nei gangli del Potere è quando a qualche donna viene aperta la porta dell’Eden e concesso di sedere accanto ai sultani nei palazzi di politica, economia, finanza (religione no, quella è ovunque un tabù plurimillenario). Naturalmente si tratta di casi rarissimi - veri specchietti per allodole - in modo che si possa con retorica affermare che no, Palazzo Chigi, Piazzaffari, Viale dell’Astronomia non sono torri d’avorio maschili e in fondo qualche tailleurino, non solo di segretaria, nei piani alti lo sopportano. Certo le donne cui si consente l’accesso nella stanza dei bottoni devono riprodurre meccanismi che non spaventano il genere maschile, anzi a dirla tutta devono clonarlo e mostrarsi maschie. Sigaro a parte, trovereste differenze fra Winston Churchill e Margaret Thatcher? E non perché entrambi provenissero dai banchi dei Tories. Insomma quando la politica apre alle donne le vuole irrigimentate negli schemi maschili, la società le accetta se non perdono femminilità scambiata per fatua bellezza, il mondo del lavoro le inquadra o in ruoli subalterni o le ripropone organiche al potere dell’uomo. E c’è anche chi s’adegua al masochismo o cinismo richiesti.

I rifugi sono la coppia e la famiglia, dove impera il naturale e meraviglioso mistero della maternità, concesso alla donna con una certa invidia dall’uomo che non può manifestare la potenza di creare e sentir crescere in sé la vita. Ma anche lì si riaffacciano vecchi ruoli riproponendo un vissuto consono più ai nonni che a una diversa minoranza di padri. E un appunto su questo occorre farlo. Il cammino per la coscienza di se stesse che le donne del secolo breve hanno introdotto imponendo il proprio ingresso nella storia sociale con funzioni nuove s’è accompagnato con l’impegno per l’emancipazione e la liberazione femminili. Fra gli anni Sessanta e Settanta le battaglie sul diritto al divorzio e all’aborto realizzate nel nostro Paese hanno influenzato in senso laico e progressista l’intera società civile. Con quell’esperienza una generazione di maschi accanto alle proprie compagne conseguiva un’autocoscienza di ritorno che rientrava in quell’autoeducazione di un “personale che diventa politico”. Niente di straordinariamente rivoluzionario, ma importante sì.

Differentemente da ciò che aveva visto fare da nonni e padri quest’uomo a una nuova dimensione ha cominciato a condividere con la propria compagna non solo il letto o il desco ma la cucina coi piatti da lavare, il cibo sul fuoco, gli acquisti al supermarket, i bimbi se non da allattare almeno da cullare di notte, le cacche da pulire, i panni da stirare e nel suo piccolo già questo faceva la differenza. Nuovi costumi, differenti abitudini e la coscienza d’un modo diverso d’intendere i rapporti e l’amore, di vivere una relazione adulta, di vero scambio, su tutti i terreni compreso quello della sessualità, attenta alle esigenze della partner che per il maschio non significasse riproporre l’ipocrita facciata della “madre dei propri figli” e della consolatrice “delle proprie voglie”. La psicanalisi spiegherebbe molto di quanto infantile e filiale sia ciascun maschio verso la compagna-mamma e l’impegnativo percorso per stabilire relazioni paritarie e appaganti per entrambi è un terreno da seguire meno discorsivamente e più emozionalmente. Di quel mondo femminile cosciente che trainava donne al primo impatto riflessivo su di sé e anche uomini che condividevano tali cambiamenti, restano testimonianze singole. Purtroppo alle ventate di ‘vita nova’ dei ragazzi del Sessantotto sono seguìti anche anni di restaurazione e ritorno al passato. Interessanti voci di donna parlano oggi di tanti uomini incapaci di stare al passo coi tempi del vivere sociale e riproporre accanto al solito maschilismo vili forme di fuga da responsabilità e ruoli, secondo una misera dicotomia: o macho o niente.

Se s’osservano i tentativi di cambiare comportamenti pubblici e privati, i conflitti e le durezze di quelle riflessioni, la maniera di viverle riguardava il desiderio di trasformare anche e almeno se stessi. I rapporti donna-uomo in una società che voleva migliorare, e che da parte d’un pezzo d’Italia vedeva soggetti dei due generi impegnati a ottenere sia leggi sociali sia comportamenti individuali migliori, non potevano tollerare il classico predicare bene e razzolar male. Il compagno-padrone era un affronto e purtroppo anche una triste realtà. L’esperienza di quel periodo fu limitata, contraddittoria ma vivissima e collettiva. E non è perduta perché a molti ha offerto modalità di vita migliore. Purtroppo i rigurgiti d’un tradizionalismo mai morto, e negli ultimi due decenni arrembante, stanno riportando indietro i costumi. Col paradosso che i giovani sperimentano meno dei loro padri, s’adeguano a riproposizioni vetero maschiliste rilanciate dal capitalismo tecnocratico che usa i media come arma di propaganda e plagio e dalle religioni che vivono la fede superstiziosamente. Essere donne e uomini nuovi in una società ancora maschile e maschilista basata su conservazione e discriminazione è un percorso in salita. Che con pervicacia, comunque, molti utopisti continuano a perseguire.

Messaggi

  • Caro Enrico, un’opportunità mi sembra tanto buona è quella di essere l’8 marzo sotto l’ambasciata americana a Roma. Ci saranno le donne e gli uomini. Più vado avanti e più mi è chiara l’aggressione alle donne e vedo la discriminazione nei confronti dei "diversi": donne uomini che sono stranieri,gay, lesbiche, trans, proletari, carcerati, del sud, del nord, precari, anarchici, soli, religiosi e agnostici...e allora sento più forte di essere persona, che di volta in volta, sfioriamo o ritroviamo in una delle categorie che ho appena scritto e non menzionato.
    Le date e le scadenze accorpano e dividono.
    Vorrei che la nostra percezione del conflitto sia collettiva e vorrei sopratutto che non ci fossero" mediatori e portatori di pace e democrazia" a spegnere l’incendio della nostra rivendicazione della libertà di vivere e convivere.
    Doriana

    • Ci saremo, Doriana cara. ecam

    • Caro Enrico, come non riconoscersi in quello che scrivi? Tu ci regali una seconda gioventù. La nostra é una generazione che ha vinto tutte le battaglie, anche se ha perduto la guerra. Ma la storia é un eterno divenire, tutto cambia e nulla é mai uguale a sé stesso. Mentre il secolo breve ha confermato quanto affermava Engels e confermava la rivoluzione culturale, e cioé che i cambiamenti strutturali non inducono automaticamenti cambiamenti sovrastrutturali, che, insomma, non basta cambiare i rapporti di produzione per cambiare il costume, la tradizione, la religione, il rapporto uomo-donna, stiamo sperimentando sulla nostra pelle quanto sia vero anche il contrario. Il capitalismo recupera ed ingurgita come un’ameba i progressi sovrastrutturali della società, anzi se ne serve per riprodursi e rafforzarsi rigenerandosi a nostre spese e dunque aver perso la guerra ha compromesso il godimento durevole dei frutti di tante, sanguinose battaglie. Ma noi siamo ostinati, come tu sottolinei, una scintilla puo’ infiammare la prateria e malgrado tutte le rivoluzioni tradite continuano a nascere rivoluzionari. Solo che non saremo noi i soggetti della prossima rivoluzione ed é un bene, ma proprio quei giovani nei quali tu sembri aver perso fiducia. A noi il ruoli di suggeritori, nobile categoria, finché i nostri suggerimenti sono richiesti, la seconda fila, quella che ricarica le armi, l’intendenza, quelle che si incarica di rifocillare le truppe, la memoria, quella che trasmette la storia, la nostra.
      Giustiniano, del Collettivo Bellaciao

    • gli utopisti che rilanciano l’aria di cambiamento, caro Giustiniano, non è certo solo la vecchia gioventù di cui facciamo parte ma proprio un pezzo della nuova meglio gioventù nella quale speriamo sempre. un abbraccio, ecam