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«Perché volete tornare al comunismo?» Per mantenere una promessa che non è stata mantenuta

domenica 24 luglio 2005

«Perché volete tornare al comunismo?» Per mantenere una promessa che non è stata mantenuta.

di Fausto Bertinotti

Onorevole Bertinotti, sono una ricercatrice universitaria, madre di quattro figli, che nei giorni scorsi si è trovata a parlare con i due più piccoli (10 e quasi 8 anni) di alcuni avvenimenti della storia del nostro paese, della guerra e della pace, del nazismo, del fascismo e del comunismo, nei modi e nei termini più semplici e comprensibili per una bambina e un bambino dell’età dei miei.

Alla fine della chiacchierata mi stato chiesto quali sono e a che cosa servono i partiti politici (o meglio "le persone che litigano sempre in televisione") e al momento di nominare il partito del quale lei è segretario, la domanda secca e dura, come solo la logica ferrea dei bimbi sa formulare, è stata: «perché vogliono tornare al comunismo?». Ho subito pensato di tagliare la testa al toro con un perentorio «perché non hanno saputo o voluto ascoltare l’insegnamento della storia», ma poi ne sono venuta fuori proponendo di girare la domanda a lei che, per semplificare al massimo, ho descritto come una sorta di "capoclasse di turno".

Devo dire che i bambini si sono esaltati all’idea: abbiamo cercato insieme su internet il suo indirizzo e-mail ed eccoci qua in attesa della "sua" risposta (ingenuamente con e come i miei figli voglio sperare che non sarà quella del "bidello di turno") che mi auguro arrivi perché, altrimenti, i bambini, uomini e donne del futuro, non solo continueranno a pensare che i politici sono "quelli che litigano sempre in tv", ma anche quelli che non sanno dare risposte e poi. cosa altro mi dovrei inventare per giustificare il silenzio del "capoclasse"? Francesca Lardicci, Clelia e Edoardo Pisanti Pisa


Care e cari Clelia, Edoardo e Francesca, anch’io avrei la tentazione di rispondere alle vostre domande tutto d’un fiato, con una sola frase, come questa "vogliamo tornare al comunismo per mantenere una promessa che non è stata mantenuta". La frase non è mia e non è la prima volta che la uso. L’ho presa a prestito da un filosofo contemporaneo che abbiamo molto amato e che ci ha lasciato recentemente, Paul Ricoeur. La utilizzo spesso perché la filosofia quando è veramente grande si fa capire anche da un bambino. Il filosofo francese soleva dire che rifondare significa cercare di mantenere una promessa che è stata delusa. Il nostro partito si chiama Rifondazione comunista. E’ nato e si è dato quel nome proprio per cercare di mantenere quella promessa. Quella frase perciò condensa in una mirabile sintesi la nostra vocazione e il nostro programma di fondo.

Ma so bene che non me la posso cavare così. Questa è solo una giusta premessa, ma la risposta è più complicata. Lei, Francesca, ma anche voi, Clelia ed Edoardo, avete ragione: ci sono state delle repliche della storia, anche molto dure. Perché dunque continuare ad insistere? Non potrebbe darsi, in altre parole, che la promessa non sia stata mantenuta perché non poteva essere mantenuta, perché era una cattiva promessa? Perché il comunismo era un’idea fin dal suo inizio sbagliata o irrealizzabile? Sono domande che valgono una vita e non di una persona sola, ma di intere generazioni ed io non posso e non voglio sottrarmi ad esse.

La cosa più facile da spiegare è perché continuiamo ad insistere. Basterebbe guardare il mondo di oggi. Avete parlato tra di voi di guerra e di pace. Mentre vi scrivo sono tempestato dalle terribili notizie che giungono da quella famosa località turistica dell’Egitto, dove il numero dei morti si allunga di minuto in minuto. Dietro quell’attentato, e quello di due settimane fa di Londra, e quello di un anno fa a Madrid, e quello dell’11 settembre a New York e altri ancora, vi è un disegno politico, quello del terrorismo, che agita strumentalmente la credenza nell’Islam e la condizione di miseria nella quale vivono tantissime persone in Asia o in Africa, per provocare distruzioni e uccisioni, per condurre una guerra contro l’umanità.

Ma prima ancora che il terrorismo portasse i suoi terribili colpi e indipendentemente da esso, il mondo non viveva in pace. Anzi era, ed è, percorso da una guerra infinita, che non aspetta neppure un pretesto - Paride che rapisce la bella Elena o un giovane studente serbo che uccide un arciduca austriaco -, fatta di molte guerre lontane e vicine, nelle quali a differenza di un passato che voi, bambini, potete conoscere solo sui libri, non muoiono soldati o guerriglieri, ma, per oltre il 95% dei casi, persone civili, tra cui molte della vostra stessa età. Un mondo nel quale oltre due miliardi di persone vivono con meno di un euro al giorno. Nel quale molte popolazioni sono prive di cibo e di acqua, non possono mandare i loro figli a scuola né curarli da malattie, anzi sono costrette a inviarli al lavoro, quando ce n’è. Nel quale tre persone possiedono più ricchezza di quanta ne possa produrre un intero stato africano popolato da milioni e milioni di persone (ho detto tre persone, non mi sono sbagliato; una di queste è quella che possiede i diritti dei sistemi che permettono al computer di casa vostra ed al mio di funzionare). All’inizio del secolo scorso, il Novecento, la differenza tra i paesi più poveri del mondo e quelli più ricchi era di uno a tre, ora è di uno a settanta e oltre, se non ricordo male. Ma se non mi credete, e non mi offendo affatto, cercate su internet, visto che ne siete espertissimi, cosa vi dice il Rapporto sullo sviluppo umano redatto dall’Organizzazione delle Nazioni Unite e lì troverete cifre e analisi ancora più precise sulle grandi ingiustizie sociali del nostro tempo.

Queste guerre, queste ingiustizie sociali, queste inconcepibili differenze che segnano la nostra epoca non sono il prodotto del comunismo. Anzi quest’ultimo ha cercato di cancellarle, e casomai gli si può imputare di non esservi riuscito o di averlo fatto solo in parte creando al contempo altri problemi. Se il mondo è così mal formato questa è responsabilità del sistema dominante, il capitalismo, la globalizzazione capitalistica, la logica dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, sull’ambiente e sulla natura per la ricerca di guadagno. Ora che il cosiddetto sistema comunista è crollato, questo è più evidente di prima.

Ecco allora perché insistiamo, perché non possiamo tollerare che la spirale tra la guerra e il terrorismo metta a rischio il pianeta e la vita delle generazioni presenti e future, perché non possiamo accettare che la logica della sopraffazione costringa alla sofferenza, alla povertà, all’assenza di diritti e di libertà la stragrande maggioranza della popolazione mondiale. Non siamo soli a pensarla così e ad agire di conseguenza. Nel mondo e in ogni paese c’è un grande movimento contro la guerra e il neoliberismo, che pratica la pace e si oppone a ogni forma di terrorismo. Da quel movimento ci aspettiamo le risposte al futuro dell’umanità. Assieme vogliamo costruire un’altra società, un altro mondo nei quali a tutte e a tutti siano date le stesse possibilità di vita e dove non si possano determinare simili abissali disuguaglianze e sopraffazioni, fino alla distruzione fisica delle persone e dove invece la libertà di ognuno non finisca dove comincia quella dell’altro, ma si sviluppi assieme a quella dell’altro. Non riesco a trovare un altro termine che non sia quello di comunismo per definire tutto ciò.

Tuttavia comprendo che voi mi potreste incalzare con un’altra domanda. Ma se il comunismo che c’è stato anziché creare ciò che tu dici ha provocato altri guai, non era forse sbagliato fin dall’inizio? E allora, forse, non dovremmo percorrere altre strade per cambiare un mondo che non ci piace?

Certamente la storia del tentativo di realizzare il comunismo - quello che spesso chiamo con un’altra espressione presa a prestito: il tentativo dell’assalto al cielo - è segnata da molti errori, alcuni fatali. Le donne e gli uomini che l’hanno percorsa hanno pensato di potere conquistare il potere nello stato e attraverso questo di cambiare la società. E’ successo il contrario, cioè che la logica del potere ha cambiato quegli uomini, spesso spingendoli a governare in modo autoritario e violento. Quella esperienza ci ha anche dimostrato che non basta la libertà da, cioè dal bisogno, dalla fame, dalla miseria, ma ci vuole anche la libertà di, cioè di esprimere il meglio di sé stessi, di costruire delle nuove esperienze di vita sociale, di praticare concretamente la libertà per tutti. Ci ha dimostrato che non si possono separare i mezzi dai fini, non si può pensare di essere i liberatori dell’umanità e però nel frattempo soffocare quella di chi ci sta accanto. Ci ha dimostrato che non esiste una verità assoluta alla quale uniformare la vita degli uomini secondo uno schema predefinito, ma che la ricerca della giustizia e della libertà avviene ogni giorno e ogni giorno avviene rimuovendo resistenze e ostacoli, a cominciare dalle nostre debolezze e dalle nostre pigrizie. Per questo la definizione di comunismo che amo di più è quella celebre di Marx che lo definiva come il movimento che abbatte lo stato di cose presente. Il che significa che esso non potrà mai esaurirsi con l’instaurazione di un nuovo ordine sociale e statuale, ma sarà sempre una tensione costante di tutti gli uomini verso la giustizia sociale e la pace.

Per questo si può essere comunisti solo se si nutre una grande fiducia nell’umanità nel suo complesso e contemporaneamente un sano scetticismo nei confronti di sé stessi. Se si è generosi con gli altri ma severi con sé. Ma per avere fiducia nell’umanità bisogna imparare a conoscerla. A conoscerla concretamente, voglio dire.

Questo è il piccolo grande insegnamento che ci viene dalla straordinaria esperienza degli zapatisti del Chiapas. Essi ci dicono che bisogna camminare domandando. Cioè, fuori di metafora, che non ci si può fidare delle grandi idee, ma bisogna metterle alla prova nel confronto con la realtà, sempre e continuatamene, e sapere che questa non è materia inerte ma fatta dei sentimenti, delle aspirazioni, dei desideri delle persone che ci circondano. Se noi vogliamo che la nostra ricerca di un nuovo comunismo non finisca in polvere o che si risolva nel suo contrario, dobbiamo abitare senza riserve e senza risparmio la società del nostro tempo e non rifugiarci mai sulla torre dei nostri ideali.

Cari Clelia ed Edoardo voi avete la fortuna di essere nati in una famiglia che vi apre una finestra sul mondo. Potete fin da piccoli discutere di grandi cose e non siete distratti dal problema di come fare a mangiare tutti i giorni. E’ una buona condizione di partenza. Il mio augurio è che non la sentiate né come un privilegio né come una colpa, ma come il punto d’avvio per un lungo cammino per costruire un mondo diverso e possibile. Non saranno né i bidelli né i capoclasse a dirvi dove e come andare, ma la vostra stessa capacità di entrare in sintonia con le sofferenze e le speranze delle persone intorno a voi.

Liberazione, 24 luglio 2005