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Cosa ci dice il cervello sui segreti della natura umana?

di : FRANCESCO FERRETTI
domenica 25 settembre 2005 - 19h12
JPEG - 14.5 Kb

La scoperta del genetista di Chicago è una prova del fatto che l’essere umano civilizzato non ha perso la sua animalità. La tesi contraria, che trova ancora largo consenso, si fonda su un dualismo che va superato: perché siamo, piuttosto, sistemi «ibridi» il cui portato culturale è incarnato nella virtualità biologica Alcune note a partire dalla scoperta di Lahn, pubblicata su Science, che dimostra come il cervello si sia evoluto anche dopo la comparsa di Homo sapiens. A conferma del fatto che la crescita culturale non sostituisce quella naturale, poiché non è indipendente dalla biologia degli umani. Detto altrimenti: non siamo angeli disincarnati

di FRANCESCO FERRETTI

Il primo marzo del 1864 Alfred Russel Wallace intervenne alla riunione della Anthropological Society of London con una relazione destinata ad avere un futuro importante nell’antropologia evoluzionista.

Il testo è titolato The Origin of Human Races and the Antiquity of Man Deduced from the Theory of "Natural Selection" e il tema è di fondamentale importanza per la definizione del posto occupato dall’uomo nella natura all’interno del quadro evoluzionista. La domanda chiave attorno a cui ruota il discorso di Wallace è la seguente: i principi dell’evoluzione che valgono per gli animali valgono allo stesso modo per l’essere umano, o esiste qualche proprietà degli umani che va oltre la loro natura biologica e che, per questo, li rende immuni dalla selezione naturale?

Una concezione tipicamente vittoriana

Il testo di Wallace fu letto con notevole attenzione da Charles Darwin, che nell’Origine dell’uomo lo citò più volte con ammirazione. In particolare, Darwin mostrava di condividere l’idea di Wallace secondo cui la selezione naturale agisce sull’essere umano fintantoché questo non ha guadagnato le sue facoltà morali e intellettuali: quando ciò avviene, diversamente dagli animali inferiori che possono rispondere alle mutate condizioni ambientali soltanto adattando la loro struttura corporea (acquisendo denti o artigli più robusti, ad esempio), l’essere umano modifica poco o nulla della sua morfologia: perché «l’uomo per le sue facoltà mentali può "mantenere un corpo immutabile in armonia col mutevole universo"». L’evoluzione culturale, una volta raggiunta, segue una via diversa dall’evoluzione biologica e la pressione selettiva cessa di influenzare la morfologia degli individui.

La tesi di Wallace esemplifica la concezione, tipica dell’antropologia vittoriana, che vede l’essere umano (più specificamente i bianchi del mondo civilizzato) come l’esito ultimo e perfetto del «progresso» evolutivo. Quando l’uomo (con una vera e propria rottura col resto della natura) guadagna attraverso la cultura un grado di specialità nel mondo animale, la selezione naturale cessa di avere effetti sulla sua struttura corporea. La cultura agisce a un livello indipendente da quello biologico. Una tesi di questo tipo apre la strada a una visione dualistica della natura umana. Patrick Tort, nel suo L’antropologia di Darwin (Manifestolibri, 2000), commenta questa posizione sostenendo che l’insistenza sulla specificità di quanto è «veramente umano» è un germe che porterà Wallace alla «fatale deriva» lungo la quale in pochi anni passerà dal porre un «accento ancora discreto sull’eccezionalità dell’uomo (...) all’interpretazione trascendente di un "accrescimento delle facoltà mentali", che la selezione naturale non può spiegare».

La tesi di Wallace è ancora viva nella riflessione contemporanea, tanto che persino Richard Dawkins, un autore che ha fatto della relazione tra geni e comportamento il punto forte della sua proposta teorica, sembra condividerla. Nel libro Il gene egoista (Mondadori, 1992) egli afferma la necessità di introdurre una linea di demarcazione tra l’essere umano e tutti gli altri animali. Dopo aver sostenuto che è la cultura a rendere unica la nostra specie, Dawkins dichiara che le varie forme di abbigliamento, costumi, cerimonie, architettura e tecnologia «si sono tutte evolute nei tempi storici in un modo che sembra accelerato dall’evoluzione genetica, ma che in realtà con essa non ha niente a che vedere». Spiazzando il lettore, egli sostiene che per quanto «costruiti come macchine dei geni e coltivati come macchine dei memi» gli esseri umani, unici animali sulla terra, hanno il potere di ribellarsi «alla tirannia dei replicatori egoisti». L’evoluzione culturale segue leggi sue proprie, che hanno il potere di sostituirsi all’evoluzione biologica. Dawkins si sorprende di essere accusato di dualismo - a noi sorprende che lui possa sorprendersi.

Ultime nuove sul cervello

Il punto non è riconoscere la svolta evolutiva che l’avvento della cultura impone all’essere umano. Il punto è stabilire se questa svolta comporti davvero una cesura con il resto della natura. Ciò che è in questione è capire se davvero l’evoluzione culturale abbia posto fine all’evoluzione biologica. Se, in altre parole, la flessibilità e la velocità di trasmissione dei memi (le unità di base della trasmissione culturale) abbiano comportato l’immobilità organica di cui parla Wallace. L’evoluzione del sistema nervoso umano è considerata una prova di questa tesi. Le competenze che caratterizzano l’essere umano dipendono dalle dimensioni e dalla straordinaria complessità del suo cervello. Ora, la costruzione del cervello umano è il prodotto di una lunga storia evoluta. È opinione comune che, dopo la divisione tra umani e scimpanzé (5-6 milioni di anni fa), il sistema nervoso abbia continuato a mutare sino a produrre il cervello di Homo sapiens (200.000 anni fa). Da allora, con l’avvento della cultura, il cervello umano non è più mutato. Questa tesi è largamente condivisa da scienziati, antropologi e filosofi. Calma piatta su questo fronte.

Prima di raccogliere il sasso nello stagno

Ora, Bruce Lahn, genetista dell’Università di Chicago, ha gettato il classico sasso nello stagno pubblicando i risultati delle ricerche del suo gruppo in due articoli usciti il 9 settembre sulla rivista Science. I dati sperimentali prodotti testimoniano a favore della tesi che il cervello di Homo sapiens abbia subito variazioni sino ad epoche molto recenti (e probabilmente è destinato a subirne in futuro). Risultati di questo tipo sono di straordinario interesse e offrono lo spunto per considerazioni di carattere più generale. Con due premesse. La prima è che i dati empirici aspettano, come ovvio, ulteriori conferme. La seconda consiste in un invito a considerare il fenomeno in tutta la sua complessità. Dopo aver studiato il ruolo di più di 200 geni implicati nello sviluppo del sistema nervoso, Lahn e i suoi collaboratori sono arrivati alla conclusione (per altro nota) che le mutazioni genetiche necessarie all’evoluzione del cervello umano riguardano «migliaia di mutazioni in centinaia (se non migliaia) di geni». Parlare del rapporto tra geni e cervello esclude, dunque, ogni visione che associ alla mutazione di un singolo gene la variazione di un singolo carattere fenotipico. Fatte queste premesse, l’attenzione del gruppo di Lahn si è concentrata sul ruolo giocato da due specifici geni nell’evoluzione del cervello umano: Aspm (abnormal spindle-like microcephaly associated) e Microcephalin associati entrambi alla regolazione delle dimensioni del cervello - negli umani, in effetti, il mancato funzionamento di questi geni causa la microcefalia, un difetto evolutivo caratterizzato da una severa riduzione delle dimensioni cerebrali.

In lavori precedenti il gruppo di Lahn aveva già raggiunto un importante risultato dimostrando che i due geni Microcephalin e Aspm avevano subìto significative (e rapide) mutazioni nel corso dell’evoluzione che dai primati porta agli umani. A partire dalla constatazione che i due geni sono responsabili di alcuni aspetti dello sviluppo cerebrale degli umani nel corso della loro storia evolutiva, i ricercatori si sono posti una ulteriore domanda: la selezione naturale ha ancora effetti su questi geni dopo la costituzione del cervello di Homo sapiens?

Due i risultati interessanti della ricerca appena pubblicata. Il primo è che i geni responsabili dell’incremento della massa cerebrale restano sotto la pressione della selezione naturale anche dopo la formazione dell’uomo moderno: gli autori hanno registrato l’emergere di modificazioni del gene Microcephalin riferibili a circa 37.000 anni fa e modificazioni di Aspm ancora più recenti, relative a 5.800 anni fa. Il secondo risultato, di ordine teorico più generale, è la messa in relazione delle variazioni della massa cerebrale con alcune tappe dell’evoluzione culturale. La mutazione di Microcephalin coincide, secondo Lahn, con l’emergenza della cultura simbolica; la nuova mutazione di Aspm coincide invece con la nascita della scrittura, l’espandersi dell’agricoltura e l’avvento del processo di urbanizzazione.

Alcuni scienziati hanno bollato come «speculative» queste associazioni, considerandole perciò poco attendibili. Ma le considerazioni speculative (se confortate dai dati empirici, ovviamente) hanno il valore specifico di mostrare le connessioni tra i risultati particolari di ogni singola ricerca e i contesti di riflessione di ordine più generale. Ciò che è davvero importante per la maggior parte di noi (non per uno sparuto gruppo di scienziati), d’altra parte, è capire se davvero le ricerche sul cervello possano aiutarci a comprendere i segreti della natura umana.

Tra geni e cultura le relazioni sono indirette

Certo, le considerazioni speculative devono essere fatte con estrema cautela. Innanzitutto perché i dati sperimentali aspettano ulteriori conferme. Ma soprattutto per una questione di carattere più generale: perché dati come quelli proposti da Lahn mettono in luce soltanto relazioni altamente indirette tra geni e cultura. Sostenere che una variazione del gene Aspm coincide, poniamo, con l’avvento della scrittura non significa sostenere che la mutazione genetica è la causa diretta di tale avvento (se così fosse, d’altra parte, dovremmo parlare - come a volte purtroppo si fa - di un «gene della scrittura»). Detto questo, tuttavia, affermare che le relazioni tra geni e cultura sono soltanto indirette non significa dire che non sono importanti. I risultati di Lahn ci comunicano che due geni sono implicati nello sviluppo delle dimensioni cerebrali. Ora, quello che si può sostenere a partire da questi dati è che geni di un certo tipo regolano la costruzione di certi tipi di cervello. Di più: poiché certi tipi di cervello sono capaci di abilità cognitive specifiche, ciò che si può sostenere è che le competenze cognitive alla base della trasmissione e dell’acquisizione delle conoscenze che costituiscono la cultura degli umani dipendono dallo specifico cervello che essi hanno a disposizione. Per quanto non sia possibile studiare direttamente i rapporti tra geni e cultura è dunque plausibile studiare la cultura (almeno alcuni aspetti di essa) come il prodotto dell’attività cerebrale.

La scienza cognitiva e la neuroscienza contemporanee hanno fatto enormi passi in avanti in questa direzione: basterebbe soltanto pensare alla tesi della «epidemiologia delle credenze» proposta da Dan Sperber nel suo Il contagio delle idee (Feltrinelli, 1996) per dar conto del ruolo dei processi cognitivi nell’avvento della cultura umana; o, per citare un altro caso, basterebbe riferirsi al ruolo dei «neuroni specchio» analizzato da Vittorio Gallese per spiegare le forme di base - empatiche e imitative - degli scambi interpersonali tra gli individui di una società.

Le ricerche di Lahn hanno il pregio di mostrare che la cultura non sposta l’essere umano su un piano di indipendenza dalla biologia (non lo rende un angelo disincarnato). Dire che il cervello ha conosciuto tappe evolutive successive all’avvento di Homo sapiens significa sostenere che la sua struttura organica non è immodificabile. L’evoluzione culturale non sostituisce l’evoluzione naturale: non può farlo perché la cultura non è autonoma e indipendente dalla biologia degli umani. La scoperta di Lahn è una prova del fatto che l’essere umano civilizzato non ha perso la sua animalità. La tesi contraria, che trova ancora largo consenso tra antropologi e filosofi, si fonda su un dualismo tra cultura e biologia che non ha più ragione di essere. L’essere umano va pensato in una prospettiva di unificazione. Come realizzare tale prospettiva?

Ritorno a un’ottica continuista

Tornando a Darwin, in primo luogo. Il suo commento al testo di Wallace, che citavamo all’inizio, rappresenta una prima mossa in questa direzione. Contro gli esiti spiritualistici di Wallace, Darwin scrive L’origine dell’uomo con l’obiettivo di spiegare l’avvento delle facoltà superiori umane in una prospettiva continuista. Da questo punto di vista il «rovesciamento» di prospettiva che caratterizza l’avvento della cultura non è in contrasto con i principi di base dell’evoluzione biologica. È quello che Tort chiama l’effetto reversivo: «La selezione naturale ha selezionato gli istinti sociali, che a loro volta hanno sviluppato i comportamenti di assistenza ai deboli e hanno favorito l’attuazione di disposizioni etiche, istituzionali e legali antisellettive e antieliminatorie. In tal modo la selezione naturale ha operato essa stessa per il suo deperimento, seguendo lo stesso modello dell’evoluzione selettiva: l’indebolimento dell’antica forma e la crescita selezionata di una forma nova: in questo caso una competizione i cui fini sono sempre più la moralità, l’altruismo e i valori sociali legati all’intelligenza e all’educazione».

L’effetto «reversivo» spiega come un elemento di rottura (il passaggio dal biologico al culturale) possa essere inquadrato all’interno di una prospettiva continuista. Resta il fatto, tuttavia, che l’effetto «reversivo» ha come esito una «interruzione» della selezione naturale. L’idea che la cultura e le facoltà superiori una volta formate prendano comunque il posto dell’evoluzione biologica rimane forte in questa prospettiva. Si può andare oltre Darwin, però. E i risultati presentati dal gruppo di Lahn incoraggiano, appunto, un passo ulteriore.

Nel sottolineare che ogni acquisizione culturale è un caso di biotecnologia, Roberto Marchesini indica in Post-human (Bollati Boringhieri, 2002) una via percorribile in questa direzione. Dal suo punto di vista, l’avvento della cultura, senza porre l’essere umano al di fuori del processo selettivo, ha avuto il potere di «spostare» la pressione evolutiva. Si pensi al caso degli antibiotici. Quando ancora non esistevano, l’organismo che non era in grado di produrre una risposta naturale (processo di antibiosi) ai batteri dannosi veniva selezionato con la morte. Con l’avvento degli antibiotici l’intreccio coevolutivo uomo-batterio si arricchì di un nuovo elemento, la molecola di sintesi, capace di imprimere una nuova direzione alla pressione selettiva (sia nell’uomo che deve tollerarla, sia nel batterio che deve superarla). Secondo Marchesini ogni «slittamento della pressione evolutiva, realizzato attraverso la mediazione tecnologica, iscrive di fatto quella tecnologia nel patrimonio genetico della specie». Da questo punto di vista gli esseri umani sono sistemi «ibridi» in cui non ha senso considerare la cultura come un elemento che si contrappone al sistema biologico per completarlo: il sistema culturale è, in questa prospettiva, «incarnato nella virtualità biologica».

Una verifica empirica sulla strada del futuro

Anche le forme residue di dualismo, in questo modo, sembrano lasciare il campo a una prospettiva unitaria dell’essere umano. Il fatto che gli umani siano animali culturali, come abbiamo visto, non è una condizione sufficiente a preservarli dal destino che li accomuna al resto del mondo animale. Di più: la natura ibrida degli umani apre la possibilità che il processo di acculturazione sia una delle condizioni di base delle trasformazioni organiche dell’umanità guidate dalla pressione evolutiva. Gli esperimenti di Lahn offrono una verifica empirica all’ipotesi che ciò che è accaduto in un passato recente possa accadere ancora in futuro.

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