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Francia, associazioni e insegnanti con i “piccoli” sans papiers

domenica 9 luglio 2006

La mobilitazione contro la circolare del ministero degli Interni che punta ad espellere i giovani senza documenti va avanti: a ribellarsi non solo le reti di solidarietà, ma anche i genitori dei compagni dei ragazzini

di Tiziana Barrucci Parigi

"Sono francese.... ehm, no.... Scusate..... vengo dalla Cina ma vivo qui da quattro anni, vado a scuola, studio, ho amici...non voglio andare via". Nasconde il viso per un istante tra le mani Peng. Poi sorride, ma le guance rosse e lo sguardo dritto verso il basso tradiscono il suo imbarazzo. E’ timida Peng e quel microfono in mano proprio non lo vorrebbe avere. La voce le trema, ma le hanno detto che lo deve fare, deve raccontare la sua storia.

E’ il solo modo che ha per poter provare a sfuggire al destino che il ministro Sarkozy pare le abbia riservato: l’espulsione. Eppure il lapsus di Peng, che per un istante si dichiara francese, rivela più di mille parole. «Vengo da Pechino, ho raggiunto a Parigi mia mamma e mio papà nel 2002 e ora ho tutti i miei amici e i miei parenti qui». Si è perfettamente integrata nella capitale francese Peng. E per raccontarlo è venuta nei locali del consiglio regionale île de France, Parigi, quindicesimo arrondissement. Nonostante le scuole siano ormai chiuse da qualche giorno, la mobilitazione contro la circolare del ministero degli Interni che punta ad espellere i giovani sans papiers dal territorio francese non chiude i battenti.

Al consiglio gli esponenti dei partiti di sinistra, gli insegnanti, i genitori e le reti di sostegno hanno indetto una conferenza stampa “organizzativa”. Obiettivo: decidere assieme e rendere noti i nuovi passi da compiere per evitare le espulsioni dei figli di coloro che non hanno i documenti.

Peng va ancora a scuola e quindi in teoria non potrebbe essere espulsa. Ma ha ormai diciotto anni: la legge non la tutela più. La circolare del 13 giugno scorso per la regolarizzazione è chiara: due anni di residenza in Francia almeno per uno dei genitori, scolarizzazione di uno dei bambini dal settembre 2005, nascita sul territorio o arrivo prima del compimento dei 13 anni. Ma Peng, quando è arrivata, di anni ne aveva 14. Troppo grande. Come del resto Titi Bokoni, oggi 21 anni, studente liceale. «Sono arrivato qui nel 2002.

Mi piace studiare, mi trovo bene. Ma il fatto è che ogni volta che esco di casa ho paura sia l’ultima. Mi possono fermare in qualsiasi momento e io non ho alcun diritto di bloccarli». I suoi occhi sfuggono il nostro sguardo, quasi in segno di vergogna. «Io le prove delle torture le ho addosso». La voce di Bokoni - preferisce essere chiamato così - si fa profonda mentre mostra una grande cicatrice sul naso e timidamente alza il pantalone all’altezza del ginocchio. «Queste sono bruciature» dichiara solenne. Bokoni è congolese. Vive solo a Parigi. «I miei genitori sono stati uccisi durante la guerra. Non ho nessun parente qui, ma neanche in Congo».

Dove ti hanno ridotto cosi? «In prigione. Sono rimasto là 3 mesi. Lavoravo alla frontiera fra la Repubblica democratica del Congo e il Congo Brazaville. Quando Kabila è stato ucciso ci hanno accusato di complicità con gli assassini solo perché li abbiamo lasciati entrare senza bloccarli. Qui dicono che non ci sono prove del fatto che sono stato perseguitato. E’ ridicolo, non trovi?». «Io in carcere non ci volevo restare. A causa delle botte stavo male, così male che anche quelli della prigione hanno capito che dovevo andare all’ospedale. Lì ho corrotto un paio di persone e in prigione non ci sono più tornato. Il resto è arrivato un po’ per caso. Ho cominciato a lavorare per un commerciante. Vendeva di tutto: vestiti scarpe collane, qualsiasi cosa. Io lavoravo per lui, lui non mi pagava. Ma alla fine mi ha portato con sé. E sono qui».

Contro la circolare Sarkozy c’è stata una ribellione di massa in tutta la Francia. Il primo punto contestato è proprio quello dell’età: «I ragazzi che arrivano qui cominciano ad andare a scuola più tardi, è ovvio che non finiscano il liceo in tempo come i nostri figli», spiega Richard Moyon, di Réseau éducation sans frontières (Resf), la rete che da mesi lotta contro l’espulsione dei figli dei sans papiers. A mobilitarsi per la verità, non solo le reti di solidarietà, ma anche gli insegnanti e i genitori dei compagni dei ragazzini.

Tanto che, a scuole chiuse, qualcuno ancora tiene nascoste due famiglie che rischiano l’espulsione immediata: una ragazza madre proveniente dal Daghestan e una mamma e un papà con i loro due figli armeni. Anche se finalmente qualche segnale positivo sembra intravedersi all’orizzonte. Due giorni fa circa mille storie come quella di Peng e di Bokoni sono state presentate alla prefettura di Parigi che ha risposto promettendo “benevolenza” nell’analisi dei dossier. Organizzate da Resf, centinaia di famiglie si sono incontrate davanti all’Hôtel de Paris per poi arrivare in maniera silenziosa alla prefettura, all’île de la Cité. «Il primo successo è che la polizia non ci ha bloccati.

Era ormai un anno che qualsiasi manifestazione lì veniva vietata», racconta Brigitte Wieser, esponente parigina del network. Il secondo successo Wieser lo ha ottenuto in quanto parte della delegazione che ha incontrato Yannik Blanc, direttore della prefettura e responsabile per l’analisi dei dossier. «Yannik ci ha promesso di esaminare “con benevolenza” i documenti ricevuti». Una benevolenza che in sostanza vuol dire interpretazione “liberale” dei criteri elencati dalla circolare Sarkozy. Come quelli di “reale volontà d’integrazione”, di “assenza di legami con il paese d’origine”, o di “buona condotta scolastica”.

Proprio sulla buona condotta scolastica si dilunga Catherine Ravelli, del liceo tecnico Vauquelin, nel tredicesimo arrondissement: «Cosa significa buona condotta? Significa buoni voti? Se io mi renderò conto che dando un due farò espellere un mio alunno...allora si sappia che darò sempre diciotto. E come me molti altri insegnanti. Non siamo e non diventeremo aiutanti delle forze di polizia».

La partita è ancora tutta a giocare quindi. Se da un lato dal ministero si affrettano ad assicurare che non compiranno alcuna espulsione durante l’estate, dall’altro è di due giorni fa la notizia del rigetto della richiesta di soggiorno dello studente liceale Abdellah Boujraf, marocchino di 19 anni rinchiuso nel centro di detenzione di Vincennes dal primo luglio scorso. Abdellah aveva 14 anni quando è arrivato in Francia. «La sua espulsione è imminente - avverte Richard Moyon - tutto pare ormai contro di lui». Salvo la grande mobilitazione della popolazione civile. E il ministro ormai sembra aver capito che ne deve tenere conto.

http://www.liberazione.it/giornale/060707/LB12D699.asp