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Intervista a Roberto Ferrario, uno dei membri fondatori del Collettivo Bellaciao

mercoledì 15 febbraio 2006

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In occasione del quarto anniversario del Collettivo Bellaciao, Gabriele, di Via della Rucola, intervista uno dei suoi membri fondatori, Roberto Ferrario

di Gabriele

Intervista (sulla Radio Têtard)
-Ascoltate l’intervista !
-Scaricare il mp3

Ho conosciuto il Collettivo Bellaciao dopo l’intervista a Sabina Guzzanti, che potete consultare qui e di cui ho pubblicato degli ampi stralci sul mio sito.

Mi ero ripromesso di parlare di questo gruppo, che e’ presente tanto nella realta’ delle lotte parigine e non solo, quanto su internet con un proprio sito.

Roberto, con il quale ho fatto recentemente una piacevole chiaccherata, ci spiega meglio di cosa si tratta.

Oltre che su Bellaciao, Roberto ha risposto anche a qualche domanda sul rapporto tra "omosessualita’ e politica" e piu’ in particolare tra "omosessualita e sinistra".

Ecco quindi una sintesi del nostro incontro, durante il quale, senza nessuna pretesa particolare, abbiamo abbozzato l’inizio di una discussione, che e’ rimasta peraltro incompiuta per motivi di tempo. Spero che anche voi
la troviate interessante...


Gabriele
- Quando é nato il Collettivo Bellaciao e perché?

Roberto
E’ nato 4 anni fa, esattamente il 10.2.2002, dall’esigenza di essere più a contatto con la situazione parigina, francese. Siamo nati nel perido di preparazione del Forum sociale parigino, dove abbiamo avuto un’attività fortissima. Ancora oggi il Collettivo Bellaciao é molto presente nel Forum sociale.

- Gabriele
Come si spiega il nome Bellaciao?

Roberto
Cercavamo un nome che tutti conoscevano, a livello internazionale e che immediatamente definiva il nostro posizionamento politico chiaramente di sinistra.

- Gabriele
Di che cosa si occupa il Collettivo?

Roberto
Dal punto di vista culturale, organizza delle proiezioni di film, con dibattito alla fine, dei concerti, delle feste, che finiscono comunque con un momento di riunione, per ritrovarci insieme.
Il Collettivo gestisce 4 siti bellaciao.org, italiano, francese, inglese e spagnolo. Le redazioni sono separate, nel senso che non ci sono necessariamente gli stessi articoli nelle quattro lingue. Facciamo anche un’attività politica sul terreno, partecipando alle lotte locali, alle manifestazioni ed ai grandi dibattiti politici, come ad esempio la campagna per il no in occasione del referendum sul TCE, nella quale il Collettivo é stato fortemente attivo.
Oltre al Collettivo Bellaciao nato a Parigi 4 anni fa, ci sono oggi altri 3 collettivi Bellaciao altrove nel mondo: uno a Manchester, in Gran Bretagna, uno a Cordoba, in Argentina ed un terzo in corso di costituzione in Italia. I 4 Collettivi sono indipendenti, nel senso che hanno la loro specificità, ed hanno una dimensione locale.

- Gabriele
Si puo’ dire che chi partecipa a Bellaciao é attivo a livello locale e su Internet, perché avete dei corrispondenti.

Roberto
Il sito diventa lo strumento di informazione, in certo modo anche di coordinamento, nel senso che se c’é una manifestazione a Manchester la compagna Mariangela ci spedisce il resoconto della manifestazione e quindi informa tutti di quello che il Collettivo Bellaciao ha fatto, specificamente, a Manchester. Puo’ anche essere un’analisi sulla politica di Blair, sulla preparazione del forum sociale di Atene, ecc.

- Gabriele
Il Collettivo ha una sede dove si ritrovano gli aderenti ed i simpatizzanti del Collettivo?

Roberto
Non una sede fisica, ma un quartiere di Parigi dove ci si ritrova (infatti ci vado dopo l’intervista), che si chiama Ménilmontant. Frequentiamo alcuni bar del quartiere, che ha una lunga tradizione politica. Il nostro obiettivo é, comunque, quello di arrivare ad avere una sede.

- Gabriele
Esiste una forma di adesione a Bellaciao, tipo iscrizione?

Roberto
Per il momento, no. L’adesione é libera: se condividi le nostre idee, la nostra azione, partecipi.

- Gabriele
Quindi cosa tiene unito il Collettivo Bellaciao? Quali sono le vostre linee d’azione?

Roberto
E’ indiscutibile che la presenza degli Italiani é molto forte. Portiamo nei paesi dove viviamo, all’estero, i nostri metodi, le nostre concezioni, le nostre analisi. Facciamo un gran lavoro sul metodo di far politica, sull’apertura verso il movimento e sul rapporto con i partiti. Molti Italiani che militano nel Collettivo Bellaciao sono iscritti ad un preciso partito, in Italia, per far si’ che Berlusconi non rivinca le prossime elezioni. Occorre quindi votare l’Unione, per essere chiari, ma, a differenza di quello che succede nei partiti dell’Unione, noi puntiamo sui contenuti, nel senso che secondo noi non basta dire votiamo l’Unione contro Berlusconi, perché anche nell’Unione troviamo delle idee che assomigliano a quelle di Berlusconi. Non a livello personale (non ci sarà più, forse, il conflitto di interessi), ma a livello sociale, vedi la posizione di Prodi sulla direttiva Bolkestein e l’ultima sua dichiarazione sulla manifestazione di Roma per i Pacs, a suo dire folkloristica. Roba da ridere.

- Gabriele
In un documento pubblicato sul sito, si sostiene che i partiti possono imparare dai movimenti, dove la presa di coscienza dell’insufficienza della militanza esclusivamente movimentista attraversa, prima o poi, gran parte degli attivisti. Mi piacerebbe che tu dicessi qualcosa sul rapporto fra i movimenti e i partiti e sul perché si dice che ci sarebbe un’insufficienza della militanza esclusivamente movimentista.

Roberto
Prima di tutto questo documento che é sul sito non é la Bibbia, é evolutivo e dunque puo’ essere riempito di contributi ulteriori. Ma i concetti rimangono. Noi teorizziamo una militanza nel movimento che non é fine a se stessa. Non pensiamo che il Movimento sia la soluzione di tutto. La soluzione puo’ essere rappresentata da un insieme di movimenti, partiti, sindacati. Noi ci sguazziamo dentro, ma cerchiamo di stare con i piedi per terra: i movimenti non durano all’infinito, si rinnovano, cambiano. Una volta finito un movimento se ne crea un altro: al limite potremmo dire che basta seguire il movimento per essere sempre dentro. Saremo sempre nei movimenti, ma il nostro obbiettivo, per quanto utopico, é quello di avere una società diversa, di cambiare il mondo. Pensiamo che avere una concezione unicamente di movimento é limitato e che il rapporto movimento/partito é molto importante. E’ importante avere delle porte aperte fra i due, che i due si rispettino. E’ sbagliato militare totalmente in un partito, come lo é militare totalmente in un movimento. Non ne abbiamo la prova, ma lo pensiamo. Se sbagliamo torneremo indietro, cambieremo. E’ interessante riuscire a vivere il movimento traducendolo in proposta politica. Con il massimo rispetto per i militanti dei partiti politici, essi non dovrebbero entrare nei movimenti per imporre la loro idea, ma per portare la loro esperienza, per assorbire tutte le cose positive che il movimento puo’ dare loro.

- Gabriele
Nel documento "Chi siamo" si dice anche che il Collettivo intende sviluppare il contatto con altri movimenti contro il dominio non solo di classe, ma anche di genere, etnico e di orientamento sessuale. Che cosa vuol dire questo per voi?

Roberto
Ci sono aspetti che vanno aldilà degli obbiettivi che puo’ avere un movimento, che attraversano i movimenti, i partiti, le rivendicazioni particolari specifiche. Il problema, ad esempio, del razzismo non é specifica di una rivendicazione sindacale di aumento salariale o contro un licenziamento. L’orientamento sessuale produce gli stessi problemi, la problematica dell’omosessualità va aldilà della specificità di una lotta. Si entra in un problema di società: non c’é bisogno, al limite, di essere un movimento in un partito per subire degli affronti per strada, degli sguardi, delle discriminazioni nel tuo lavoro, nella tua scuola, i commenti etc. Noi pensiamo che si tratta di lotte trasversali, che vanno aldilà dei movimenti specifici, molto importanti.

- Gabriele
A proposito di questo, che cosa fa il Collettivo Bellaciao?

Roberto
Cerchiamo di applicare quello che pensiamo. Per essere chiari, quella contro la discriminazione sessuale non é la nostra lotta principale e penso che questo sarebbe sbagliato da parte di un partito o di un movimento. A meno che non sia un movimento specifico, per la difesa dei diritti degli omosessuali. Il problema dell’omosessualità nella sinistra é un problema storico: la sinistra non ha mai avuto un discorso chiaro. Anche da noi puo’ esserci qualcuno che ha un rapporto diverso con questa problematica. Non capisco a cosa é dovuta questa diffidenza. Nelle istanze di partito, di movimento, un omosessuale ha spesso difficoltà ad avere responsabilità politiche, anche nella sinistra radicale, comunista, alternativa. Anche nel movimento altromondista: io sfido chiunque a darmi elementi sostanziali di un dibattito profondo sull’omosessualità nei forum sociali. Ci laviamo la coscienza dando uno spazio. Anche nella società ci sono gli spazi per gli omosessuali: ad esempio, anche a Parigi c’é un bellissimo quartiere che si chiama il Marais, dove gli omosessuali si incontrano. La problematica omosessuale meriterebbe un’attenzione molto maggiore. Qualcuno mi dirà, ancora una volta, che ci sono altri problemi, piu’ importanti.

- Gabriele
Non so quanto sia utile fare una scala di priorità, perché si rischia di cadere nel vecchio tranello della sinistra di qualche anno fa: la soluzione del problema sarà una conseguenza della rivoluzione, ma il vdero problema é quello della lotta di classe.

Roberto
Al discorso che faremo la rivoluzione prima e risolveremo il problema dopo non ci credo. Il fatto che in generale chi dirige i movimenti pone il problema in questi termini deve fissare la nostra attenzione su un problema serio, da non marginalizzare, ma da affrontare come qualsiasi altro tema. Occorre più di una riunione per discutere del problema. Bisogna capire come mai, appena sappiamo che qualcuno é omosessuale, non abbiamo più fiducia. Sento che non riesco a rispondere completamente alla tua domanda.

- Gabriele
E perché?

Roberto
Perché è complesso.

- Gabriele
Quando si parla di militanza e di pratica politica é difficile parlare di sessualità in generale, della propria sessualità ed eventualmente della propria omosessualità. Quando parlo della propria omosessualità non parlo soltanto della omosessualità di chi si definisce omosessuale, ma anche di una parte della sessualità che puo’ essere quella della singola persona concreta che ti sta davanti, del militante politico che é eterosessuale perché cosi’ si definisce. Nessuno é pronto a mettersi in discussione - é la mia opinione - su questi temi. E’ per questo che poi, alla fin fine, rimane una distanza, una diffidenza. Al massimo, si puo’ riuscire a dire, a sinistra: ti capisco e cerco di stabilire un dialogo con te. E’ già molto, ma mettersi in discussione é più difficile, é un’altra cosa. Bisognerebbe parlare di sé, della propria esperienza, del proprio vissuto e questo, soprattutto in certi ambienti della sinistra, della sinistra radicale, é molto difficile perché é un discorso completamente escluso. A partire dai movimenti omosessuali moderni, contemporanei, quelli che sono nati dopo il 68 - in Francia nel 70-71 c’era il FHAR, ad esempio, in Italia nasce il FUORI - questi gruppi partono dal loro vissuto e mettono in discussione il modo di far politica, il metodo di discussione politica. Sviluppano una critica al militante classico, machista, che nelle riunioni cerca di imporre la propria opinione.

Roberto
Ti dice qualcosa la frase che si usava in quegli anni: il privato é politico?

- Gabriele
Certo che dice qualcosa, ed é vera ancora oggi.

Roberto
Bisogna ancora lavorare su questa frase. Negli anni 70, si diceva che era molto importante parlare dei propri problemi personali. In quegli anni i legami erano molto forti, non solo nella scuola,nella fabbrica o nel quartiere. In quel clima, ci si accorgeva molto presto che qualcosa non andava bene nella testa di qualcuno. Nella riunione era molto importante per noi non fare una distinzione netta fra personale e politico. Personalmente non riuscivo a coordinare una riunione su un tema preciso guardando la faccia del compagno/a che stava malissimo e facendo finta di niente. Quante volte ho detto: smettiamo. Non era terapia di gruppo, ma forse

- Gabriele
L’autocoscienza

Roberto
Si’. Forse fa ridere oggi. Io l’ho vissuta e mi é piaciuta, anzi fra tutte le cazzate che abbiamo fatto, brutte cose che abbiamo vissuto, é una della poche che mi sono rimaste nella testa come cosa positiva. L’autocoscienza era qualcosa di bellissimo, perché creava legami più profondi. Entravamo in un contesto molto più intimo, più privato. Nella sinistra abbiamo questa visione che il responsbile é integro, non scende a compromessi. Parlare del privato é una bassezza.

- Gabriele
Rimane questo nodo: la sessualità é una parte delicata del tuo privato.

Roberto
E’ li’ che interviene il rispetto dell’altro. Puoi fare uno sforzo sovrumano, ma anche se dici ti capisco non capisci niente. C’é un problema di rispetto.

- Gabriele
La sessualità é una questione sulla quale tutti quanti si sentono fragili. Non dobbiamo pretendere di parlare della sessualità, dell’omosessualità o dell’eterosessualità, dell’altro, ma della propria.

Roberto
Giustamente. Perché gli omosessuali fanno tanta paura a noi etero? Ci fanno paura per quello che siamo noi stessi, cosiddetti etero, che ci nascondiamo in modo violento il nostro lato femminile. Nascondendo questo lato che abbiamo in noi, l’omosessuale che abbiamo davanti ci rappresenta o piuttosto rappresenta quello che noi rifiutiamo di noi stessi. Quindi, obbligatoiamente, ci fa paura, perché é simbolo di debolezza, contraddizione, mistero, paura.

- Gabriele
Per rimanere più superficiali, se vuoi, viviamo in una società maschilista, ancora oggi. Il femminile é svalutato nella nostra società, é di per sé simbolo di inferiorità. Ma poi, nella pratica, o nei riflessi inconsci, non ce lo poniamo nemmeno questo problema. Considerare il femminile inferiore porta a considerare anche l’omosessualità qualcosa di inferiore.

Roberto
Perché non considerare il nostro lato femminile qualcosa che arricchisce la nostra sensibilità, la nostra possibilità di capire le cose, piuttosto di farne una fobia? Noi diciamo che questa cosa non esiste ma quando poi abbiamo un omosessuale davanti a noi non possiamo più dire che non esiste il nostro lato femminile. Ho le mie contraddizioni, ma le accetto. Comunque so che esiste e mi accompagna.

- Gabriele
Per me la normalità non esiste: é un concetto che rifiuto perché ipocrita. C’é l’idea di maggioranza, di standard, di maggiore frequenza, di logicità.

Roberto
E’ un concetto molto ambiguo, che fa male alla sinistra perché somiglia al vecchio mito egualitario. Ci vestiamo tutti uguali e cosi’aboliamo le differenze di classe. E’ falso che siamo uguali. Essere uguali é rispettare le differenze. La differenza é qualcosa che arricchisce. A chi fa paura l’omosessuale? Agli eterosessuali, in particolare ai maschi. Perché l’uomo, per il momento, detiene il potere. Tutte le forme che escono dai canoni del potere, e quindi il lato femminile nei maschi, sono considerate inferiori. Dunque l’omosessuale é visto come l’espressione massima di quello che dobbiamo rifiutare e ci rappresenta quello che non vogliamo di noi. Ci fa paura, diventiamo diffidenti e questa cosa la sinistra la vive in pieno.

- Gabriele
Esiste ancora una discriminazione verso le donne, gli omosessuali: forse allora le quote non sono sbagliate.

Roberto
Lo sapevo che saresti arrivato a questo. E’ una soluzione di ripiego. E’ come un cerotto. Visto che non riusciamo più a creare movimenti coscienti, di ribellione contro una certa morale, pensiamo di riuscire a risolvere il problema con le leggi. La storia ci dimostra il contrario: non possiamo più delegare. Se accettiamo che i problemi siano risolti per legge, non parteciperemo più a qualsiasi altra lotta. Oggi abbiamo forse ancora la forza di far passare delle leggi, domani neanche questo perché non ci sarà più neanche il movimento. Se già oggi le leggi non sono il risultato di una lotta cosciente e vissuta a tutti i livelli della società, arriverà il momento in cui non avremo la forza di far passare queste leggi perché non avremo più rappresentanti al governo o al parlamento. Penso che sia una via sbagliata. L’emancipazione sociale fatta tramite le leggi, in parlamento é alla lunga suicida.

- Gabriele
Come cambiare, allora?

Roberto
Facendo in modo che ci siano i militanti che ridanno coscienza. Siamo responsabili dell’impossibilità di convincere la gente della crisi della militanza, della poca voglia di riunirsi, di manifestare. Inutile dare la colpa al potere, che é sempre li’ per distruggerci. Siamo noi che siamo cambiati, ci siamo venduti, ci siamo adagiati...

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