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La prigione del mondo

venerdì 16 dicembre 2005

El Periódico

I paesi ricchi rinchiudono l’Africa in un labirinto di povertà dal quale si esce solo assaltando l’Europa.

di Ignacio Ramonet

La divisione internazionale del lavoro, effettuata a favore degli interessi dei paesi del Nord, attribuisce all’Africa nera un ruolo subalterno, marginale, che impedisce a quest’area di entrare nella spirale virtuosa dello sviluppo.


Assistiamo tra i brividi e la fascinazione ai ripetuti e a volte tragici assalti ai recinti di Melilla, portati a segno da disciplinate colonne di giovani sub-sahariani. In altre zone (Canarie, l’isola italiana di Lampedusa, le coste greche, Cipro, Malta, l’isola francese di Mayotte vicina al Madagascar), gli invasori arrivano di notte — se riescono a non affogare —, sulle spiagge, a bordo di silenziose imbarcazioni, come molto tempo fa facevano i Vichinghi, i Normanni e i Saraceni. In Europa e in altre parti del mondo ricco, molti tendono a considerare questi assaltatori come aggressori, delinquenti o persino criminali. Alcuni chiedono una mano più dura. Più vigilanza, più politica, più Esercito, più espulsioni... Senza fermarsi a chiedersi per quali ragioni queste persone sono disposte a correre tanti rischi per porre, in definitiva, la propria forza lavoro al servizio del nostro confort e del nostro alto livello di vita per quattro soldi.

Per capirlo occorre ricordare che l’Africa subsahariana è una delle regioni più povere del pianeta. Con una povertà estrema che si spiega per diversi fattori. In primo luogo, la tratta degli schiavi, crimine e genocidio che svuotò per secoli il subcontinente di milioni dei suoi più giovani uomini e donne, sani e robusti, costringendo comunità intere a vivere nascoste e isolate nelle profondità della giungla, senza alcun contatto con i progressi della tecnica e della scienza.

Poi bisogna ricordare la colonizzazione dell’Africa, imposta con il sangue e con il fuoco, a base di guerre, di stermini e deportazioni. Tutti i poteri locali che osarono opporsi e resistere ai conquistatori portoghesi, britannici, francesi, tedeschi, olandesi o spagnoli furono schiacciati.

Le potenze coloniali stabilirono in modo autoritario un’economia fondata sull’esportazione di materie prime verso la città e sul consumo di prodotti industriali fabbricati in Europa. Così l’Africa perdeva su entrambi i tavoli. E questo doppio sfruttamento, nell’essenziale, non è cambiato. Ad esempio, la Costa d’Avorio, primo produttore mondiale di cacao (40% del totale) non ha mai potuto sviluppare un’industria per l’esportazione del cioccolato. Lo stesso si può dire del Mali o del Niger, due dei principali produttori di cotone, che sono stati nell’impossibilità di sviluppare una vera industria tessile. E questo perché, in generale, le eccessive tariffe doganali imposte dai paesi importatori ricchi verso le eventuali produzioni provenienti dal Sud azzerano ogni possibilità di competizione con i prodotti fabbricati nel nord.

I paesi sviluppati vogliono conservare la esclusiva della trasformazione delle materie prime, o, nel segno della globalizzazione neoliberista, accettano di delocalizzare le fabbriche versoo la Cina, dove la manodopera è capace, docile e, soprattutto, a buon mercato; ma non sono disposti ad investire in Africa, né a sviluppare in questo continente un settore industriale importante. La divisione internazionale del lavoro, effettuata a favore degli interessi dei paesi del Nord, attribuisce all’Africa nera un ruolo subalterno, marginale, che impedisce a quest’area di entrare nella spirale virtuosa dello sviluppo.

Le straordinarie ricchezze minerarie e forestali del continente Africano sono vendute a prezzi di saldo, per il maggiore arricchimento delle nostre compagnie di importazione e trasformazione. In questo modo, non si creano impieghi neanche nel comparto agro-alimentare, che è il settore di base a partire dal quale si può edificare un reale sviluppo agricolo, e poi industriale. Anche per questo, l’Africa è l’ultimo continente che ancora conosce con regolarità crisi alimentari, e perfino carestie, come il Niger.

Questa regione del mondo, così spesso descritta dai maggiori media del Nord "sottosviluppata, violenta, caotica", e "infernale" non avrebbe conosciuto questa instabilità politica — colpi di stato militari, insurrezioni, massacri, genocidi, guerre civili — se i paesi ricchi del Nord le avessero offerto possibilità reali di sviluppo invece di continuare a sfruttarla fino ad oggi. La crescente povertà si è convertita in causa di disordine politico, di corruzione, di nepotismo, e di instabilità cronica. E questa medesima instabilità scoraggia gli investitori sia locali che internazionali. Con ciò si chiude il circolo vizioso del labirinto della povertà.

E’ necessario aggiungere a questo deprimente panorama, l’epidemia di AIDS che sta decimando la popolazione del sudest del continente e che ha già prodotto 12 milioni di orfani. La pandemia priva i minori delle loro famiglie e li espone ad ogni genere di pericoli. Tra questi quello di essere reclutati come soldati o da reti di prostituzione infantile. Mentre un bambino europeo o giapponese ha una speranza di vita di 80 anni, quella di un minore dello Zambia, Uganda o Mali arriva appena a 33.

Queste sono alcune delle ragioni che spiegano perché oggi un giovane del sud del Sahara, in piena salute e spesso con buon livello di istruzione, non vuole continuare a vivere in quella che è la prigione del mondo. Decine di migliaia, in questo momento, stanno marciando verso i passi che conducono in Europa, con la speranza di poter vivere, alla fine, l’esistenza di una persona normale. E forse anche nell’inconscia rivendicazione che gli dobbiamo qualcosa della nostra ricchezza attuale.

Questo è solo il principio, e si ignora che tipi di muri occorrerà costruire per scoraggiare il flusso. Perché la Banca Mondiale avverte che la bomba demografica è già installata, e che ci sono giù nei paesi poveri 2.500 milioni di giovani con meno di 22 anni che non trovano lavoro nei loro paesi. E la cui unica prospettiva è quella di correre all’assalto delle muraglie d’Europa.

Documento originale El calabozo del mundo

Traduzione di Gianluca Bifolchi

http://www.zmag.org/Italy/ramonet-prigionedelmondo.htm


http://www.edoneo.org