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Paolo Conte, ma perché ti sei venduto a Coca Cola?

lunedì 23 gennaio 2006

di Gianni Lucini

Al Bar Mocambo non ci vado più

Il Bar Mocambo non è più lo stesso. Quel locale inventato da Paolo Conte dove l’universo sembrava fermarsi sulle note di un tango o di una rumba jazzata, ricco di profumi esotici e forti, di atmosfere soffuse e di sognatori dalla parola antica persi tra storie, pensieri e ricordi ha cambiato faccia.

Le ombre create sui muri dalle lampadine da 60 candele distribuite sui tavoli sono state uccise da un nuovo arrivo che fa bella mostra di sé dopo essere stato fissato con viti d’acciaio sul bancone di legno antico, é una luce al neon, così forte da cancellare le mezze tinte e da rendere le ombre aggressive quanto la fulgida ma fredda luminescenza che le crea.

I tubi compongono una scritta pubblicitaria in corsivo di otto lettere, che annuncia l’arrivo nel locale della Coca Cola.

Si è rotto un sogno, un’illusione. Al Mocambo non ci vado più. Questa è stata la sensazione che ho provato all’annuncio dell’accordo tra Paolo Conte e la bevanda gassata di Atlanta in base al quale il cantautore artigiano "presta" una canzone alla Coca Cola. La canzone è "Via con me", quella di "it’s wonderful, it’s wonderful, it’s wonderful good luck my babe it’s wonderful, it’s wonderful, it’s wonderful I dream of youÉ chips, chips, du-du-du-du-duÉ" (è meraviglioso, è meraviglioso, è buona fortuna, baby, è meraviglioso, è meraviglioso, sogno di te...) la stessa che i La Crus avevano scelto nel concertone del Primo maggio 2003 a Roma per un omaggio allo stesso Conte.

Ora le sue note jazzate e sfuggenti faranno da colonna sonora a uno spot basato su un cartoon che racconta le vicende di Fritz, un tipo che viaggia nei secoli e offre la bibita con le bollicine a personaggi storici di tutte le epoche. Il cartone animato dovrebbe invadere il web e le sale cinematografiche di tutto il mondo almeno fino a febbraio. Questa la notizia che il management di Conte ha fornito accompagnata dal commento che il cantautore non è interessato a sfruttare in nessun modo la nuova popolarità che la campagna gli può regalare soprattutto negli Stati Uniti.

Io sono un po’ triste, ma c’è chi non la pensa così. L’ambiente discografico italiano, infatti, non sta più nella pelle dalla contentezza. Enzo Mazza della Fimi, l’associazione che raggruppa le major, ha colto al volo l’occasione per far sapere che «la scelta di Conte fatta da un marchio così importante e consolidato significa che il made in Italy gode di un’immagine positiva che va oltre la moda».

Peccato poi che, al di là delle parole, la subalternità culturale e l’omologazione della nostra (si fa per dire visto che la ciccia del mercato è nelle mani delle multinazionali) produzione discografica alla musica di plastica sia tra le più imbarazzanti del globo. Parole, parole in libertà, vivide, colorate, violente e artificiali come l’illuminazione di un fast food. Parole nelle quali, per chi l’ha amato, sfuma fino a consumarsi il mito del Bar Mocambo, un luogo in cui le tinte troppo accese erano bandite perché incompatibili con le passioni e il gusto della vita.

Confesso che vivo come un tradimento il prestito di "Via con me" alla Coca Cola. Non è un ragionamento politico, ma lo stesso senso di privazione che coglie dopo un sogno interrotto. Il tradimento è forse più forte perché gratuito e legato più alla sfera delle piccole emozioni interiori che alla ragione politica. Nessuno ha mai visto Paolo Conte come un cantante impegnato, almeno nel senso che comunemente si dà a questo termine.

La sua musica e le sue parole si son sempre tenute lontano dalle passioni civili. Guai a mescolare l’uomo con l’artista. Solo un anno fa nel corso di una serata conviviale in occasione della presentazione del suo ultimo album giocava a nascondino con le idee e si schermiva: «Io racconto favole, volo via con la fantasia. Non sono un cantautore engagè, impegnato, non lo sono mai stato e se lo diventassi adesso forse farei un po’ ridere». Se gli parlavi della guerra, dei problemi del mondo, faceva la faccia seria e magari per un momento, un breve istante, sembrava perdere l’aplomb.

«Certo che vivo male, malissimo la guerra e tutto quello che accade nel mondo». Ma poi recuperava la maschera e abbozzava: «Io mi difendo con i metodi antichi, quelli che la nostra gente usava nei momenti più terribili. Di fronte a quello che succede nel mondo mi aggrappo al pianoforte come a una zattera e mi rifugio al Mocambo». Nonostante ciò, o forse proprio per questo, a suo modo finiva per diventare un simbolo alternativo di fronte all’omologazione delle percezioni, un poetico combattente della quotidiana lotta contro la banalità.

I sapori e gli odori del Mocambo non sono mai stati, non potevano essere, quelli del supermercato futurista che aggredisce e ci propina una somma algebrica di inutilità ben confezionate. Adesso che è arrivata la Coca Cola tutto è cambiato. Non ci vado più.

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Messaggi

  • Mi è sembrato un tradimento la pubblicità di un’auto che ha per testimonial la famiglia Simpson al completo. Non ho idea di cosa combini Matt Groening a casa sua, ma ad esempio G. Clooney qui da noi fa pubblicità a diversi prodotti, mentre mi dicono che negli USA se ne guarda bene, per difendere un’immagine di artista impegnato (una situazione simile era illustrata nel film "Lost in translation"). Come scaccolarsi dietro il sipario, insomma. In tempi di mondo globale è strano pensare che noi siamo una specie di pubblico diverso, quello che sta appollaiato dietro il sipario invece che seduto in platea.