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Primavera a Parigi

lunedì 27 marzo 2006

di ANNA MARIA MERLO

La situazione è bloccata tra Villepin e gli studenti, con i sindacati in mezzo, rivitalizzati dai giovani. Ne valeva la pena?

È la destra adesso a chiederselo, spaventata del proprio tentativo di affondo. Valeva la pena di scatenare una crisi sociale dell’ampiezza che sta vivendo in questi giorni la Francia, per imporre dall’alto, senza nessuna concertazione preventiva con il mondo del lavoro e della scuola, il Cpe, il contratto di prima assunzione, che in realtà non è destinato a cambiare nulla nella situazione dei giovani, che vivono al quotidiano l’insicurezza, il precariato come sola alternativa alla disoccupazione, l’assenza magari soprattutto psicologica di prospettive per il futuro?

Il carattere psico-rigido, il narcisismo testardo di Dominique de Villepin non spiegano tutto. La sinistra francese è quasi nell’imbarazzo di fronte all’ampiezza della rivolta degli studenti e dei liceali. Da 25 anni, come la destra, non ha trovato risposte alla crisi sociale emergente, adeguandosi all’analisi liberista dominante. Non si aspettava un’offensiva ideologica cosi’ forte da parte di Villepin, che fino a qualche tempo fa aveva cercato di darsi un’immagine «sociale» di stampo vetero-gollista.

Non si aspettava la rivolta dei giovani che gridano: «a chi dice precariato, i giovani rispondono: resistenza! ». E che spiegano: «non vogliamo questa società che ci propone un futuro senza avvenire». Il Cpe, il contratto di primo impiego riservato ai giovani di meno 26 anni che istituzionalizza il precariato, è stata la goccia che ha fatto traboccare un vaso già pieno da anni. Arcaismo dei giovani francesi, specchio di un paese che si chiude su se stesso e che resiste ai diktat della mondializzazione? È la spiegazione data dai media statunitensi.

Eppure, studenti e liceali della quarta potenza economica del mondo pongono una domanda che ci riguarda tutti: le persone devono trasformarsi in kleenex, in oggetti usa e getta, mentre gli utili delle società vanno alle stelle (89 miliardi di euro quest’anno solo per le prime 40 società quotate alla Borsa di Parigi)? I soldi non mancano, ma l’ineguaglianza cresce, la povertà è visibile ai piedi dei bei quartieri, l’individualizzazione dei rapporti sociali, la rottura delle vecchie solidarietà, non ha portato alla realizzazione di sé per tutti, ma all’esplosione degli egoismi e alla miseria umana.

Questa è la domanda che i giovani francesi pongono all’Europa: come vogliamo costruire il nostro futuro? I giovani danno la loro risposta. Anche se il fumo alzato dalla violenza è lo strumento pronto a screditarla. Malgrado i rischi di derive, ci dicono che la rivolta delle banlieues del novembre scorso e quella degli studenti - «privilegiati» secondo il governo - comunicano la stessa inquietudine.

Al di là di tutte le ipocrisie del potere per favorire un melting pot nei posti di responsabilità - dal prefetto «musulmano» al presentatore di tg appartenente a «una minoranza visibile» - marciano tutti assieme, classi medie franco-francesi, liceali banlieusards di tutte le origini, per dire «resistenza» al precariato.

I sindacati, da tempo addormentati e in Francia poveri di iscritti da decenni, sembrano aver capito che la battaglia contro il Cpe riguarda tutti: si tratta della qualità della vita di ognuno, della qualità della vita di una società che aveva costruito, negli anni del boom, uno stato sociale efficiente, e che ora - in tempi dove circolano molti soldi ma manca il lavoro per tutti - l’ideologia liberista vorrebbe distruggere.

Un altro mondo è possibile, costruiamolo, dicono gli studenti. La sinistra annaspa e questo è il rischio maggiore, che potrebbe trasformare lo slancio in una delusione destinata ad essere pagata cara. Perché le aspettative frustrate non sono mai buone consigliere e la paura nemmeno.

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