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"Verso la Sinistra Europea. Ora o mai più"

giovedì 14 settembre 2006

di Vittorio Agnoletto

Con molti di voi ci siamo incontrati in questi anni nel volontariato, nel lavoro associativo, nell’azione sociale e politica fondata oltre che sulla passione anche sulla competenza.

Il senso della mia candidatura e delle modalità del mio lavoro al Parlamento Europeo è stato fin dall’inizio il tentativo di tenere insieme queste molteplici radici, cercando di svolgere un lavoro che potesse fornire strumenti utili a chi è attivo nel sociale e nel medesimo tempo cercare di costruire una prospettiva politica collettiva, partecipata e condivisibile.

Per queste ragioni fin dalle elezioni europee ho considerato un percorso interessante quello della “Sinistra Europea”; un percorso coerente con la mia storia e il mio impegno.

Vorrei condividere quindi con voi alcune riflessioni sulle iniziative previste prossimamente.

Il 23- 24 settembre a Roma ci sarà il lancio ufficiale della Sinistra Europea.

Un progetto annunciato da tanto tempo, fin dal 2004, quando, in occasione delle elezioni europee, Rifondazione modificò anche il proprio simbolo inserendo la scritta Sinistra Europea. Ma dopo quella tornata elettorale il progetto sembrò finire nel dimenticatoio, rispolverato per essere rilanciato, annuncio dopo annuncio, in alcune occasioni pubbliche, ma quasi rimosso nel congresso che Rifondazione celebrò a Venezia nel marzo del 2005.

Il progetto venne in seguito ripreso nell’inverno 2005-2006 e nuovamente annunciato nel corso della recente campagna elettorale nella quale Rifondazione ha deciso, con un atto segnato da un forte coraggio politico, di aprire le proprie liste a numerosi indipendenti e di eleggerne una dozzina in Parlamento.

Ora siamo giunti al momento della verità: o questo progetto viene fatto procedere speditamente e con forte convinzione oppure meglio considerarlo definitivamente tramontato.

Quale identità? Per quale progetto politico?

La riflessione iniziale è molto semplice. In questi anni il movimento altermondialista ha mostrato l’esistenza in Europa, e in Italia in particolare, di un’ampia fascia di popolazione interessata a costruire percorsi comuni attorno ad alcuni obiettivi fortemente innovativi rispetto alla cultura del ventesimo secolo: la difesa dei beni comuni, la coerenza tra mezzi e fini, la nonviolenza, un rapporto nord/sud costruito sulla sovranità alimentare e su una critica alla quantità e qualità dei consumi e alla stessa concezione dello sviluppo, il bilancio partecipativo, il rapporto tra globale e locale, la critica alle istituzioni economico/finanziarie internazionali, in particolare il WTO, la Banca Mondiale e il FMI.

Questo movimento, rifiutando le sintesi precostituite, ha indicato differenti modalità di lavoro: le decisioni per consenso, la pari dignità tra diverse soggettività sociali e tra molteplici punti di osservazione, la critica alla forma partito verticale, centralistica, maschilista e intesa come universo onnicomprensivo.

All’ideologia come cemento identitario viene contrapposta la condivisione di un programma comune nel quale possono convergere storie, culture e tradizioni differenti purché consapevoli ognuna della sua non esclusività.

Alla contrapposizione del binomio riforme/rivoluzione viene sostituita l’idea di una radicalità culturale, oltre che sociale, che deriva dalla consapevolezza della drammaticità della situazione che vive il pianeta e dalla finitezza del tempo a nostra disposizione per cercare di modificarla.

L’antiliberismo, nella sua veste propositiva l’altermondialismo, diventa il punto d’incontro di tradizioni diverse: chi arriva dal comunismo eterodosso, chi dal cristianesimo sociale, chi dall’ambientalismo, chi semplicemente dalla pratica quotidiana in una delle molte realtà associative che hanno costruito il movimento dei movimenti.

Rifondazione fin dall’inizio, unica forza politica italiana, ha condiviso il percorso del movimento, ne ha riconosciuto l’autonomia e contemporaneamente ha rinunciato al tentativo di porsi come sintesi onnicomprensiva. O almeno questo ha dichiarato e, tra mille contraddizioni, ha cercato di praticare in alcune parti significative del territorio nazionale.

Il gap anche elettorale che separa i voti raccolti dal PRC dall’ampiezza e dalla forza del movimento altermondialista è un forte indicatore dell’impraticabilità della crescita progressiva del PRC su se stesso. E di questo il gruppo dirigente di Rifondazione sembrerebbe esserne abbastanza consapevole.

La realizzazione della Sinistra Europea implica la costruzione di una soggettività politica alla quale partecipino con pari dignità Rifondazione e tutti quei soggetti collettivi locali e/o nazionali interessati che condividono un programma e una dichiarazione di principi.

Riflettere su Sinistra Europea vuol dire riflettere anche sul ruolo dei partiti, su cosa significa oggi la stessa parola politica, soprattutto per chi deve quotidianamente confrontarsi, come militante “competente”, con una realtà sociale sempre più complessa, frantumata e in trasformazione. Significa scoprire come sia possibile dare voce, in ambito politico, a quell’ intellettuale collettivo che si é manifestato a Genova nel luglio 2001 e che ci ha accompagnato, con alterne vicende, in questi anni.

L’aggettivo “europea” non è pleonastico ma indica la consapevolezza che, nell’epoca della globalizzazione liberista e della crisi degli Stati nazionali, la dimensione europea è oggi condizione necessaria per qualunque progetto che aspiri ad un mondo multipolare, per la costruzione del quale il ruolo dell’Europa è essenziale.

I rischi

Tra le tante insidie, insite in un percorso nuovo e complesso come questo, due mi sembrano i rischi principali.

Il primo è interno a Rifondazione: che questo percorso sia vissuto come una scelta verticistica, imposta, destinata a svalutare e a svuotare la vita e le responsabilità individuate democraticamente nel partito. Il dubbio che il progetto sia gestito in chiave moderata, per caratterizzare ulteriormente la fase governativa che segna attualmente la vita del partito e contemporaneamente il timore che il tutto si riduca alla cooptazione di un ceto politico in attesa di riciclarsi e di occupare nuovi posti.

Il secondo riguarda invece il rapporto tra Rifondazione e le realtà esterne interessate a partecipare al progetto. O l’incontro avviene nei territori locali attorno ad obiettivi condivisi, oppure sarà destinato a prevalere il richiamo tra ceti politici e la solidarietà per comuni passate militanze; ed allora sarà ben difficile pensare di coinvolgere risorse nuove provenienti dal mondo associativo e dalla militanza sociale.

La consapevolezza dei rischi e della difficoltà del percorso può spaventare e spingere qualcuno a ritirarsi o, al contrario, può essere di stimolo per evitare trappole ed errori che altrimenti potrebbero essere fatali. Non resta che provare...ma con l’attenzione a non interrompere, nel frattempo, il lavoro sociale quotidiano fondato sulla concretezza dell’incontro con le speranze e i diritti delle persone. Infatti la Sinistra Europea avrà senso solo se riuscirà, innanzitutto, a rompere la separatezza della politica istituzionale, trasformata sempre più in professione, dalle dinamiche sociali e dalla quotidianità di ciascuno di noi.

Messaggi

  • "Colgo in questo articolo almeno 2 punti di divergenza.
    Il primo è che non si è percepita ancora la teoria dei movimenti cioè
    il considerare l’involuzione e la degenerazione del dibattito.
    E’ la storia culturale del socialismo tedesco Kaustky e Rosa Luxemburg
    che descrivono cos’è la percezione sociale.
    Salto per convenienza personale Gramsci ,ma mi pare di averne ricordato i Quaderni eppure..
    Ribadisco che non ci si può armare sempre di retorica a qualsiasi di livello per raggiungere un obiettivo, troppe volte ho visto la cultura violentata da inutili battaglie dialettiche.
    E’ accaduto nei partiti della sinistra europea ed è accaduto nei movimenti del dopo 90.
    La confusione regna sovrana ,dispute verbali vengono spacciate per raziocinamenti ideologici.
    Il rigetto dell’ ideologia per il far spazio ad una cultura del sociale non deve essere ingenuo e slacciato da rapporti materiali di diritto, non deve basarsi su fenomeni introspettivi che condizionano il reale sviluppo della civiltà.
    Riprendere tematiche sociali ? Io credo nella capacità umana di agire e non di dominare l’ individuo attraverso forme di condizionamento (facendo magari confusione con l’egemonia culturale).
    "Osservare la società e desiderarne il mutamento, l’abbandono continuo di forme che schiavizzano e opprimono."
    Sono convinto che chi sbandiera pupazzi e mostri stia semplicemente masticando un pezzo di realtà ,e che questi qualcuno tendano a farla apparire come realtà risolutrice.
    E un regalo della sinistra movimentisca , una ragion d’essere che ad esempio non ha mai avuto nulla a che fare col meridione e che ha sempre evitato di trattegiarne i bisogni.
    Questa presunzione di superiorità a da cessare ! Il gioco è finito.
    "Ah so far due conti, lascio questo argomento e vado al secondo punto."
    E’ ovvio il movimento dei movimenti ha chiuso i battenti ,ora lo si vuol chiamare movimento alter - global.
    Dissento profondamente. E’ più la volontà di apparire che quella di essere.
    (citerei Jello Biafra,ma si sa com’e x certe cose non c’è mai tempo).
    Bisogna come tu giustamente dici trovarsi dei centri di richiamo , inculcarsi valori fondamentali
    come il multiculturalismo, la trasversalità stessa della cultura ed avere accettazione alla comunicazione.
    L’alter global sarebbe l’incontro di più culture , un’ utopia verbale - un simbolo come lo è la proprietà olistica.
    E’ allora bisogna essere semplici e considerare quel poco che le nostre possibilità ci offrono,
    ricordarsi di chi ha creato arte , guardarsi attorno superare l’aggregazionismo .
    ................... insomma credere nell’associazionismo x me vuol dire anche questo.
    p.s. odio le virgolette!
    "