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Trasformismo

di : Rina Gagliardi
sabato 1 ottobre 2005 - 14h45
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di Rina Gagliardi

Ora li chiamano "transfughi" - dal latino "transfugere", cioè fuggire via, disertare dal proprio campo e passare al nemico. Ancor più chiaro un termine come "voltagabbana": che sarebbe - secondo l’autorevole dizionario di Tullio De Mauro - "chi cambia opinione disinvoltamente e con leggerezza, per opportunismo e secondo le convenienze". Ma la definizione forse più appropriata è quella di "trasformisti", fenomeno radicato nella storia d’Italia e mai del tutto compiutamente analizzato, anche se su di esso sono stati sparsi fiumi d’inchiostro. Mentre nel centrosinistra si accende il dibattito su quale accoglienza riservare ai parlamentari del Polo in cerca di posto (i calci nel sedere proposti da Eco? Qualche annetto di Purgatorio prospettato da Pansa? O i ponti, pardon i seggi d’oro da riservare ai portatori sicuri di voti?), conviene tentar di capire, per l’ennesima volta, di che si tratta. Qui ed ora.

Non si tratta, in realtà, di quella tendenza, così secolare nella storia umana, a "saltare sul carro dei vincitori". Certo, c’è anche questo - una quota dei passaggi di partito, di campo, di schieramento si leggono così, con il fascino fortissimo che i vincitori esercitano sui vinti per il solo fatto di avere vinto, con la debolezza dell’umana carne, con l’opportunismo e il bisogno di affermazione dei singoli. Accadde puntualmente alla metà dei ’90 - con la sinistra nei panni della vittima - quando una marea di postcomunisti, postsinistri, post-tutto si scoprirono di colpo berlusconiani. Quando il "pentitismo" si accompagnò, invece che con l’espiazione dei propri trascorsi peccati, con strepitosi avanzamenti personali e spettacolari carriere - non è forse vero, a tutt’oggi, che le teste d’uovo di Forza Italia vengon tutte dalla sinistra? Ora, è ovvio, avviene il viceversa: il tramonto del berlusconismo lo si capisce anche da questa spia alquanto miserevole, dai tanti, troppi politici del Polo (come al Comune di Roma) folgorati sulla via di Damasco dell’Unione. Ma, dicevamo, non si tratta solo di questo. C’è di più. C’è che il "trasformismo" era e resta un elemento profondo della cultura italiana, coltivato, allevato e talora vezzeggiato a dismisura dalle classi dominanti.

Per chi non lo ricordi, il trasformismo fu teorizzato e praticato, tra il 1882 e il 1887, da Agostino Depretis, esponente di primo piano della così detta "sinistra storica", che avviò alcune cautissime riforme (come l’allargamento della platea degli elettori) ma che soprattutto dette inizio all’espansione del colonialismo italiano in Africa.

Fu a Stradella, in un discorso destinato a diventare celebre, che Depretis parlò della necessità di una "feconda trasformazione" del sistema politico: si trattava di considerare superata la distinzione tra destra e sinistra e dare avvio - provate ad immaginarlo, ad una specie di Grande Centro ante litteram.

Una zona grigia della politica e, soprattutto del parlamento, nella quale ciascuno perseguiva il suo "particulare" - i propri interessi locali o clientelari - fuori ed oltre le pregiudiziali ideologiche: il risultato di questa avverinista pratica di "governance" fu che Montecitorio si ridusse, per anni, a una specie di mercato delle vacche permanente, a un puro luogo di scambi, favori e alleanze di tutti i tipi.

Ancor più interessante, però, è il lato (chiamiamolo così) ideologico della vicenda. Un giurista svizzero, Johann Kaspar Bluntschi, aveva già teorizzato, nel 1869 nella sua "Dottrina generale dello Stato" la bontà di un sistema politico nel quale si univano tutti i centri, anzi "tutti i partiti virili medi", diceva lui: di fronte alla crescita delle forze antisistema (il nascente movimento operaio e socialista), bisognava avviare una "trasformazione profonda" dei partiti, così come fino ad allora si erano strutturati, e fondare un nuovo partito capace di difendere dai "rossi" e dai "neri" i risultati della rivoluzione liberale.

Anche nella vicina Francia fu molto in voga l’idea della "congiunzione dei centri", anche la bipartitica Gran Bretagna, in quegli anni, privilegiò nei fatti una solida maggioranza neocentrista per isolare l’ala radicale del parlamento e le sue rivendicazioni sociali.

Naturalmente, la storia non si ripete mai, se non in farsa, come diceva il filosofo. Il trasformismo contemporaneo è certo affatto diverso da quello storico dei Depretis e dei Minghetti. Ma qualcosa, perfino nel linguaggio del presente, ci rinvia proprio a quella stagione. Lo spirito "pragmatico" così diffuso anche e soprattutto a sinistra. La dichiarazione solenne della fine delle vecchie barriere ideologiche. La difficoltà di riuscire a tracciare confini chiari tra destra e sinistra. La tentazione bipartisan che si riaffaccia, di continuo, e proprio sulle grandi questioni: la politica internazionale e perfino la politica economica.

Che cosa vogliamo dire? Soltanto due cose. Primo: che oggi come allora il trasformismo è una pianta che cresce rigogliosa in una politica debole, sia dal punto di vista della capacità di rappresentare gli interessi sociali e di classe, sia da quella di mettere in campo valori riconoscibili: se i confini tra destra e sinistra sono labili, perché mai non dovrebbero esserci passaggi continui? Se la "questione morale" non viene intesa come parte integrante e costituiva della politica, perché mai ogni parlamentare non dovrebbe sentirsi autorizzato a perseguire, prima di tutto, il proprio vantaggio?

Se, insomma, la politica è ridotta a teche di governo, o a un mestiere qualsiasi, e non è, come dovrebbe essere, un progetto di società, una grande idea di promozione umana, rischiano di essere loro, i trasformisti, i veri "vincenti". Secondo: che oggi come allora il "transfughismo" ha soprattutto una natura, se non un obiettivo dichiarato, molto politico. Isolare l’estremismo, seppellendolo sotto una coltre di "centrismo nazionale". Indebolire la sinistra di sinistra, proprio nel momento in cui può riuscire a portare nella politica - e anche nelle istituzioni - i conflitti, le istanze, i bisogni della società reale. E’ passato un secolo, sì. Ma Depretis è ancora tra di noi, anche se non si chiama Agostino...

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