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Generazione Cpe la lezione francese e i giovani italiani

giovedì 27 aprile 2006

di Graziella Mascia

In Francia resiste un’idea di bene pubblico, mentre in Italia il berlusconismo diffuso lo ha sostituito con il privato.

Ora la chiamano “generazione Cpe”: ha vinto uno scontro durissimo con in governo di centro destra francese e può giocare un ruolo fondamentale nel voto delle elezioni presidenziali dell’anno prossimo. Dicevano che i giovani sono individualisti e passivi, ora si impongono nel dibattito politico, costringendo tutti, destra e sinistra, a interrogarsi sulle caratteristiche di questo movimento, che ha tenuto in scacco la Francia per tre mesi e fatto cambiare la legge. Uno scontro sociale che già ha influito sui rapporti tra e nei singoli schieramenti facendo sprofondare il presidente della repubblica Jacques Chirac e il suo primo ministro Dominique de Villepin.

La maggior parte di loro si dichiara di sinistra, ma senza un partito specifico: “La nostra vittoria più grande - dichiarano i portavoce degli studenti - non è la morte del Cpe, ma la presa di coscienza politica dei giovani”.

E in Italia, esiste una “generazione contro la precarietà”? E perché non ha dato luogo a una stessa vertenza generale? E quanto hanno contato i voti dei giovani nella vittoria dell’Unione?

Cominciamo allora col precisare che, dalle prime indagini sui flussi elettorali, i votanti tra i 18 e i 23 anni avrebbero premiato l’Unione per il 42,1%, mentre alla CdL sarebbe andato il 34,6%, e allo stesso tempo aumenterebbe la percentuale di astensioni che passa da una media del 17% al 23,3%.

Dentro questo quadro - dicono sempre i ricercatori - i neo-elettori mostrerebbero di prediligere le ali estreme delle coalizioni, scegliendo da una parte Rifondazione comunista per il 13% (smentendo così una prima superficiale lettura nella differenza di voti tra Camera e Senato) e nell’altro schieramento An con il 16% dei voti.
Cosa ci sta, dunque, dentro questo voto e questo non voto?

Chi ha fatto la campagna elettorale ha colto come la condizione di precarietà sia decisamente la più sentita: quella che ti segna nel lavoro e nella vita, che ti nega l’autonomia economica e la dignità, i desideri e i progetti.

E non vi è dubbio che l’attesa più grande del programma del governo Prodi, fra i giovani e le loro famiglie, riguarda la questione della legge 30.

La precarietà è il cuore delle politiche neo-liberiste in Europa e nel mondo. Per questo, già in questi giorni, prima ancora di insediare il governo, il confronto tra economisti e politici, anche all’interno dell’Unione, riguarda questo nodo.

Perché, allora, una vicenda che costringe milioni di ragazzi a lavorare con contratti capestro e a vivere in famiglia fino ai 30 anni non esplode con le caratteristiche francesi?

La risposta sta forse in una diversa concezione dello Stato.

“Lo Stato siamo noi” dicono i cittadini francesi, e dalla rivoluzione francese in poi hanno una idea della polis che non li rende disponibili a farsi mettere i piedi in testa dal governo e pretendono da questo, di qualunque colore sia, di uniformarsi alla loro volontà.

In Italia, abbiamo un sud dove, da sempre, sono abituati ad arrangiarsi, a non far conto sui diritti che le istituzioni dovrebbero garantire e a scambiare questi come favori, ad emigrare quando non ce la si fa più. E infatti sono riprese le migrazioni verso il nord. E abbiamo un nord, in cui comunque permangono le conquiste delle generazioni precedenti, perciò la famiglia può svolgere un’azione di supplenza, e assorbire i disastri delle politiche neo-liberiste, diventando a tutti gli effetti un modello di welfare sostitutivo.

Così, in Italia, le grandi manifestazioni di piazza sono state quelle contro la guerra e contro la riforma Moratti, e le occupazioni di scuole e università riguardano la parcellizzazione del sapere e la selezione di classe. Gli anni del dopo Genova 2001 hanno conosciuto vertenze straordinarie: da quelle alla Fiat di Melfi e Termini Imerese a quelle territoriali di Scanzano e della Val di Susa, a quelle de metalmeccanici. Ma è mancata l’unificazione di queste lotte e solo le realtà più politicizzate dei movimenti hanno ragionato sulla precarietà in tutti i suoi aspetti.

Solo recentemente la May Day milanese, iniziativa propria di qualche centro sociale, è cresciuta e si è trasformata in un appuntamento anche per la Fiom e qualche partito come Rifondazione comunista.

Le lotte francesi hanno invece alle spalle un lungo percorso di lotte per l’inclusione sociale: dalla marcia contro il razzismo al movimento altermondialista passando per le lotte dei sans-papiers e quelle degli intermittenti. I francesi hanno riconosciuto la faccia del liberismo nelle centinaia di pagine del trattato costituzionale europeo e perciò lo hanno bocciato e oggi vincono sul Cpe.

Vi sono tante ragioni politiche, anche soggettive, su cui interrogarci, ma la principale riguarda forse la cultura delle istituzioni, che se da una parte non impedisce l’esplodere del dramma dell’esclusione, nelle banlieuses parigine, dall’altra dà luogo a mediazioni sociali, tipiche di una società post-fordista di lontana memoria.

Un’idea di bene pubblico cioè, che in Francia ancora sopravvive alla crisi dello Stato nazione, mentre in Italia il berlusconismo diffuso lo ha sostituito con il privato, nel senso dell’interesse personale, e con una devastazione culturale tendente a deprivare i giovani di qualsiasi capacità oppositiva o esercizio critico.

Non ci si può meravigliare dunque, se, dentro una preferenza di voto a sinistra, aumenta in Italia la percentuale delle astensione fra i giovani.

Parliamo di ragazzi che non hanno conosciuto lo stato sociale, e che perciò nel sud posssono incontrare la rassegnazione e in un nord ancora produttivo vivere uno smarrimento complessivo che si rifugia nei localismi e produrre “comunità guardaroba” e “personalità liquide” (Z. Bauman).

Se Rifondazione comunista, in una società dell’incertezza che produce rifiuti umani, ancora riesce a intercettare una parte di questi voti, lo deve a questi anni di movimento, al senso di appartenenza che per qualche tempo hanno saputo determinare Genova e i disobbedienti. Oggi, molti di questi giovani hanno votato a sinistra non solo per interessi materiali, ma sperando che cambi un clima politico e culturale, che si inverta una tendenza autoritaria che ti mette in galera per uno spinello, che non tollera alcuna forma di cosiddetta illegalità, o che considera trasgressioni intollerabili le scelte affettive o sessuali fuori dalle regole di Santa romana chiesa.

Ma quanti, in quel 10% dell’elettorato tra i 18 e i 23 anni che aveva per la prima volta diritto al voto, vengono raggiunti dai protagonisti dei movimenti di questi anni? E fino a che punto i luoghi di incontro che sopravvivono nelle metropoli, in particolare i tanti e diversi centri sociali, riescono a parlare il linguaggio della politica vera, quella che ti aiuta a prendere coscienza?

Naturalmente non sono questioni che riguardano i giovani comunisti. Riguardano invece tutti noi, la Sinistra europea, e anche il prossimo governo dell’Unione.

Se è vero che in ricerche prodotte su un terreno più filosofico o sociologico, si può affermare che i giovani di oggi avvertono un vuoto di autorità, intesa come figura autorevole e che in generale avvertono la mancanza di “adulti attraenti“ che non indulgano ad atteggiamenti giovanilistici, potremmo provare a trasferire analisi e interrogativi sul piano più politico.

C’è un bisogno di “fare società” che investe le responsabilità di governo e c’è un’urgenza di rinnovamento nella cultura politica che investe anche noi e il progetto della sinistra europea.

L’Unione per ora riesce a dare speranza alla maggioranza di questi giovani, ma il problema del consenso non é risolto.

Le rivolte giovanili si possono esprimere in diversi modi e tra qualche tempo si manifesteranno anche in Italia: se porteranno in piazza milioni di persone potremo dire di aver lavorato bene, se viceversa si consumeranno silenziosamente nelle competizioni e negli egoismi individuali, vorrà dire che Berlusconi sarà sopravvissuto a sé stesso.

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