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In terza classe verso l’America

mercoledì 30 novembre 2005

Ida Sconzo

Un giovane di 18 anni, nato a Fossato (non meglio identificato centro del nord Italia) viaggiava in terza classe sulla nave La Lorraine. Era poverissimo e si chiamava Umberto Bossi. Quando la nave attraccò al porto, mentre i passeggeri di prima e seconda classe, dopo una superficiale ispezione, venivano accompagnati alla banchina, lui fu trascinato su un battello e sbarcato su un piccolo isolotto. Dopo una intera giornata, e forse più di fila, esposto al vento gelido, venne interrogato, poi visitato e infine spedito in una grande città. Di lui sappiamo solo che il 12 dicembre del 1909 sbarcò a New York e attraversò le sale di smistamento di Ellis Island. Certo il giovane Umberto mai avrebbe immaginato che un giorno, nella terra che aveva lasciato per necessità, un suo lontano parente, un suo omonimo, Umberto Bossi, avrebbe proposto di sparare cannonate contro i poveri emigranti.

Umberto, diciottenne pieno di speranze, era in buona compagnia. Come lui altri 400 "Bossi", avevano deciso di fuggire la miseria e la fame e cercare scampo in un altro paese. Ma la vita è piena di sorprese. Nello stesso periodo l’identica decisione era stata presa anche da 245 membri della famiglia Fini, proveniente dall’Emilia. Nel 1908 un altro giovane di 24 anni, Giacomo Berlusconi di Veniano, (Como) l’undici maggio, sbarcò dalla Duca degli Abruzzi, sulla quale aveva viaggiato in terza classe, dopo essersi imbarcato a Napoli. Berlusconi fu costretto in fila, interrogato e visitato da medici, protetti da guanti e mascherine, a Ellis Island. Brooklyn, la sua ultima residenza nota. Nel 1921, a 16 anni, la giovane Carolina Berlusconi, nata anche lei a Veniano, lo raggiunse, viaggiando in terza classe a bordo della Colombo, partita da Genova. Con loro c’era un signore di 32 anni dal nome originale "Giolfi" ma dal cognome a noi noto: Calderoli. Nel 1907 erano partiti da Varese anche Enrico ed Emilia Maroni, ma, nel corso degli anni, i Maroni presenti nel registro di Ellis Island diventarono 197. La famiglia più numerosa però era quella Castelli, della zona di Lecco. 1.864 affini compirono la traversata dell’Atlantico. Vanno via sempre i migliori. E’ proprio il caso di dirlo.

Dalle parti di Modena proveniva la famiglia Giovanardi, venti persone in tutto, e dalla Sicilia, proprio da Raffadali, erano partiti 113 membri della famiglia Cuffaro. Che cosa avrebbero detto i Giovanardi se, leggendo nel futuro, qualcuno avesse raccontato loro che un Giovanardi sarebbe diventato Presidente delle Misericordie che "curano" gli immigrati nei Centri di Permanenza Temporanea? E cosa avrebbero detto i Cuffaro, se avessero saputo che un Cuffaro sarebbe diventato Presidente della regione Sicilia e che il fratello, con la sua ditta di pullman, avrebbe trasportato immigrati appena sbarcati, dopo una massacrante traversata, verso un aereo per destinazione ignota? Italiani, popolo di poeti, santi e navigatori, si diceva, oggi dovremmo aggiungere anche - popolo di smemorati -. Riguardo l’ignoranza, certe volte, per non fare magre figure, basterebbe studiare un po’ di storia. Molti pensano, ad esempio, che gli italiani emigranti fossero quasi tutti meridionali, terroni insomma, per usare il loro gergo. Invece fino al 1880, quelli partiti dal nord costituivano l’80% del totale e, fino al 1925, i settentrionali costituivano il 50% dell’emigrazione italiana. In 140 anni sono andati all’estero quasi 30 milioni di connazionali. Vediamo alcuni dati: alla fine dell’Ottocento le regioni che hanno dato il più alto contributo di braccia sono state Veneto, Lombardia, Venezia Giulia, seguite da Campania, Calabria e Sicilia. Dal 1876 al 1976 sono emigrati 3 milioni e 300 mila veneti, 2 milioni e 700 mila campani, 2 milioni e 500 mila siciliani, 2 milioni e 300 mila lombardi, 2 milioni di friulani, 1 milione 900 mila calabresi. Le mete erano: Stati Uniti, Argentina, Brasile, Svizzera, Germania, Francia, Australia. Quanti immigrati sono arrivati in Italia? Li chiamiamo clandestini, extracomunitari, ‘vù cumprà, zingari.

Noi in Francia ci chiamavano Babis (rospi), in America Bat (pipistrelli), in Australia Ding (cani selvatici) oppure Wog (virus), in Germania mangiapolenta e altrove: mafia-man, Chianti (ubriaconi), Dago (accoltellatori), fabbrica cucchiai, giramondo, maccaroni o spaghettifresser (sbrana-spaghetti). Eravamo noi, gli italiani, al 90 per cento analfabeti, in fuga dalla miseria. Anche noi eravamo clandestini, migliaia e migliaia di disperati attraversavano a piedi le Alpi, molti morivano e si contavano gli orfani delle frontiere. Appesi alle vetrine dei negozi svizzeri leggevamo cartelli con la scritta: "Vietato l’ingresso agli italiani e ai cani", nelle città industrializzate del nord Italia non si affittavano case ai meridionali. E passi, oggi, la necessità politica, non l’ignoranza della storia, l’assenza di memoria, la negazione delle proprie radici. Del resto, cosa fare quando metà dei morti in un paese è costituita da bambini d’età inferiore ai cinque anni? Cosa fare quando quasi 250 mila di questi non ha ancora compiuto un anno? Basta dire che queste cifre sono relative non a uno dei paesi poveri di oggi ma all’Italia di ieri.