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Sempre più test clinici illegali sui poveri dell’India

giovedì 12 gennaio 2006

di Scott Carney

Vista la crescita dei costi della ricerca medica negli Stati Uniti e in Europa, sempre più aziende farmaceutiche stanno conducendo esperimenti clinici nei paesi in via di sviluppo dove i controlli governativi sono meno opprimenti e le spese molto più basse. L’India è il caso emblematico.

L’India è stata il punto centrale della ricerca medica dal tempo in cui uomini con elmetti da esploratore e titoli accademici vi giunsero dalle scuole mediche europee per catalogare le malattie tropicali.

I giorni del Raj sono passati da molto tempo, ma le corporations tendono sempre più alla globalizzazione, approfittando degli abili professionisti e della profonda povertà indiana per far diventare l’Asia del sud la più grande clinica di esperimenti medicinali. Secondo Sean Philpott, redattore capo dell’American Journal of Bioethics, l’improvviso afflusso di aziende farmaceutiche in India sembra ricordare la corsa all’oro.

“Non solo i costi di ricerca sono bassi, ma ci sono anche abili professionisti che si occupano di questi test”, afferma Philpott. Nella corsa al raggiungimento del profitto, le aziende farmaceutiche non tengono conto di come la povertà possa minare il consenso del ceto colto. “Spesso, gli individui sottoposti a questi esperimenti clinici non ne sono neanche messi al corrente, e un’offerta di 100 dollari può diventare così allettante da non far rendere conto loro di aver subito un’imposizione”.

Per decenni la ricerca farmaceutica in India non ha potuto contare sui test clinici. Gli scienziati lavoravano per la maggior parte con medicinali già utilizzati in altri paesi. Ma a marzo scorso tutto è cambiato: l’India, dopo aver ceduto alla pressione dell’Organizzazione Mondiale per il Commercio, ha consentito alle aziende locali di creare versioni generiche dei medicinali.

Oggi, le aziende farmaceutiche sono certe di non perdere profitti nel mercato nazionale e l’India assume improvvisamente una posizione vantaggiosa per i costosi test richiesti dalla Food and Drug Administration, necessari per l’autorizzazione di qualsiasi medicinale. Sebbene sia ancora troppo presto per affermare quanto il cambio legislativo abbia incentivato lo sviluppo dell’industria farmaceutica, secondo gli osservatori il numero di studi condotti da marzo è bruscamente aumentato.

Vista la crescita dei costi della ricerca medica negli Stati Uniti e in Europa, sempre più aziende stanno conducendo esperimenti clinici nei paesi in via di sviluppo dove il controllo del governo è meno opprimente e la ricerca può essere fatta a costi molto più bassi. Secondo uno studio condotto nel 2004 dalla Rabo India Finance, una filiale della Rabo Bank olandese, questi esperimenti clinici occupano più del 40% dei costi per lo sviluppo dei medicinali. Inoltre, eseguire le ricerche in India consente addirittura un risparmio del 60% circa.

Secondo Ashish Singh, vicepresidente della Bain & Co., azienda di consulenza che stipula rapporti con l’industria sanitaria, entro il 2010 le spese totali per gli esperimenti clinici effettuati da enti esterni potrebbero raggiungere i due miliardi di dollari.

Ken Johnson, vice presidente senior della Pharmaceutical Research and Manufacturers of America Foundation, sostiene invece che la FDA non si interessi a dove vengono eseguite le prove cliniche ma, prima di approvare qualsiasi medicinale, richiede evidentemente sicurezza ed efficacia.

Ed è la revisione dei consigli d’amministrazione delle istituzioni mediche dove hanno luogo gli studi ad “interessarsi del consenso del ceto colto”, secondo un altro commento scritto di Jeff Trewhitt, portavoce del gruppo commerciale dell’industria farmaceutica. Tuttavia, anche prima che le regole fossero stabilite, le aziende che si occupavano di esperimenti clinici in India si rendevano conto dei loro problemi.

Nel 2004, due industrie farmaceutiche indiane, la Shantha Biotech a Hyderabad e la Biocon a Bangalore, furono messe sotto sorveglianza per aver condotto test clinici illegali che hanno portato alla morte otto persone.

La Shantha Biotech non è riuscita a ottenere il consenso dei pazienti per quanto riguarda la somministrazione di un medicinale che curasse gli attacchi di cuore, mentre la Biocon ha testato una forma d’insulina geneticamente modificata senza l’approvazione del Drug Controller General of India o del Genetic Engineering Approval Committee.

Un altro episodio ha visto la Sun Pharmaceuticals convincere dottori a prescrivere il Letrozole, una medicina per il cancro al seno, come trattamento contro la sterilità a più di 400 donne in una clinica nascosta. L’industria farmaceutica ha poi usato i risultati per promuovere il medicinale per quest’uso inappropriato.

La Shantha Biotech, la Biocon, e la Sun Pharmaceuticals non hanno poi risposto a nessuna delle e-mail di coloro che cercavano spiegazioni per questa storia.

La Pfizer e la Eli Lilly hanno condotto test clinici in India per molti anni, mentre la Novo Nordisk e la GlaxoSmithKline, lo hanno fatto anche negli ultimi due anni. Naturalmente, le aziende non hanno risposto alle richieste di spiegazioni.

Secondo Stefan Ecks, docente di antropologia sociale alla School of Social and Political Studies di Edimburgo che recentemente ha pubblicato un saggio sul marketing degli antidepressivi in India, queste industrie sono attratte dall’India non solo per i tanti pazienti e per gli abili professionisti che vi si trovano, ma anche perché molti potenziali volontari sono “ingenui al trattamento”. Questo significa che non sono stati esposti al vasto insieme di biomedicinali che invece possono usare i pazienti occidentali.

Ecks afferma: “ I dottori sono facili da reclutare per questi test clinici perché non devono passare attraverso le stesse procedure etiche dei loro colleghi occidentali. E i pazienti fanno meno domande”.

Dopo la protesta contro la Shantha e la Biocon, il governo indiano ha adottato direttive etiche più strette per la ricerca, ed è semplice verificare se le aziende sono conformi a queste nuove regole oppure no.

I critici affermano che i volontari possono anche rischiare di non essere ricompensati. Da quando molte aziende farmaceutiche stanno producendo medicinali per i mercati delle nazioni industrializzate, è improbabile che la popolazione povera dell’India avrà accesso ai nuovi medicinali.

Questo è ciò che afferma Srirupa Prasad, professore assistente di storia medica e bioetica all’Università del Wiscounsin-Madison: “Le vite del Terzo Mondo valgono molto meno di quelle europee. Questo è stato il colonialismo”.

Fonte:
www.countercurrents.org/india-carney211205.htm

Tradotto da Barbara Redditi per Nuovi Mondi Media