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Pino Cacucci: "Nahui Olín, una donna simbolo della rivoluzione messicana"

di : edoneo
lunedì 7 novembre 2005 - 08h04
JPEG - 36.8 Kb

di Tonino Bucci

Torna come un motivo ricorrente il Messico sullo sfondo dei personaggi di Pino Cacucci. Nei suoi romanzi ha raccontato storie di ribelli e rivoluzionari, di ideali e passioni politiche, di sconfitte e redenzioni, tutte legate da un filo comune al continente latino-americano. Quasi sempre accade che nelle parole e nelle azioni dei suoi personaggi prevalga il desiderio dell’emancipazione, ma anche della ricerca delle origini di un continente stuprato dal colonialismo. Nell’ultimo lavoro di Cacucci, Nahui (Feltrinelli, pp. 234, euro 14,00) lo sfondo è uguale, ma cambia la storia e il protagonista. Anzi, la protagonista, visto che stavolta la figura centrale è una donna, Carmen Mondragón. Una donna inquieta, figlia di un generale, protagonista di scandali ed eventi culturali durante la rivoluzione messicana. Non è un personaggio politico, almeno non nel modo tradizionale in cui lo sono gli altri nei precedenti racconti di Cacucci. La sua rivoluzione nasce nella ribellione alle convenzioni familiari, nei rapporti privati, nel modo di vivere l’erotismo e l’arte nella vita. Il suo nome adottivo, in azteco, è Nahui Olín.

Per Nahui Olín la politica nasce da dentro, da una forte carica interiore. Un personaggio anomalo, no?

E’ da anni che porto nella memoria il personaggio di Nahui Olín - che in realtà si chiamava Carmen Mondragón. Mi sono imbattuto in questa figura fin dai tempi in cui ero alla ricerca delle tracce di Tina Modotti, negli anni Ottanta. Ho scoperto un mondo di relazioni profonde, di passione e creatività. Frida Khalo, i pittori muralisti. Tutto si mescolava, l’arte stessa era politica. Anche i rapporti interpersonali erano improntati alla ribellione. La politica era sempre presente. Di Nahui Olín venni a sapere in alcune citazioni frettolose. Sapevo che aveva posato per i murales di Diego Rivera. Ancora oggi, il suo volto si può vedere in diversi dipinti murali.

Ha lasciato anche degli scritti, per quanto poco conosciuti...

E molti quadri che ora sono sparsi in varie collezioni. Negli anni Ottanta ci fu una mostra delle opere di Nahui Olín e delle foto che le erano state scattate da Antonio Garduño e Edward Weston. Fu quest’ultimo a dire che i migliori ritratti da lui fatti in Messico erano proprio quelli di Nahui. E aggiunse che bisognava essere di pietra per non innamorarsi di lei. Frasi come queste non possono non accendere la curiosità per un personaggio del genere. In questi ultimi anni sono andato anche nei luoghi in cui aveva vissuto, tra i quali il bellissimo ex convento della Merced. Qui abitò insieme a Gerardo Murillo, un vulcanologo, con il quale ebbe una storia d’amore.

Oltre a una biografia intensa, Nahui Olín ha avuto anche una psicologia tormentata, a tratti cupa. E’ così?

Sì, visse traumi profondi che la segnarono. C’è chi la riteneva una pazza, una folle. C’è chi racconta che aveva perso il senno. Ma ci sono testimonianze sull’ultimo periodo della sua vita, quando era stata abbandonata da tutti e molti la consideravano una pazza che guardava il sole e dava da mangiare ai gatti, che dicono il contrario. Un libraio al quale capitò d’incontrarla, racconta che era lucidissima, che si recava spesso nella sua libreria e che amava discutere di Cesare Pavese - una sua grande passione. Da questi racconti si capisce come non fosse per nulla pazza. Aveva semplicemente chiuso i rapporti con il mondo.

Alla sua biografia fa da sfondo Città del Messico. Cosa faceva di questa capitale una città rivoluzionaria?

Ho coltivato questa passione per Nahui Olín anche come emblema di quell’epoca memorabile che furono gli anni ’20 e ’30 a Città del Messico. Non bisogna dimenticare che la prima rivoluzione del secolo fu quella messicana. Fu certamente una rivoluzione lunga, a fasi alterne, un susseguirsi di colpi di stato, controrivoluzioni, tregue e riprese delle armi. Ma aveva una matrice messicana, un legame con le proprie radici e la propria cultura come testimonia l’alta partecipazione di poeti, intellettuali, scrittori, artisti. Fu una rivoluzione che tentò di costruire l’uomo nuovo, come si diceva allora, una nuova società e un modo diverso d’intendere i rapporti tra le persone. E tantissime furono le donne protagoniste. Molte nell’arte e nel teatro, ma è difficile fissare queste biografie in un’unica attività e questo vale anche per gli uomini. Facevano tante cose. Nahui scriveva, dipingeva, componeva versi ed era anche musicista. Purtroppo non restano spartiti delle sue composizioni, ma sappiamo che era una grande pianista. Questa grande fervore alla fine ha messo radici, Città del Messico rimane ancora oggi una metropoli culturalmente viva. Harold Pinter - scrittore che stimo per l’impegno politico e per le cose che dice - anni fa disse «quando voglio respirare cultura nuova vado a Città del Messico. Altro che Londra o New York!». Non ci rendiamo conto di quanto succede a Città del Messico in campo culturale.

Il Messico è un miscuglio di avanguardia culturale e arretratezza, di eredità coloniale e ricerca delle radici indigene. Sarà per questo, come scrive nel suo romanzo, che è incomprensibile per chiunque non sia messicano?

A noi sembra paradossale. Anche la rivoluzione fu il parto travagliato della modernità di un Messico che però non voleva rinunciare a certe tradizioni. Il Messico è l’unico paese latino-americano che confina con gli Usa e, quindi, il primo a ricevere tutta la paccottiglia subculturale che producono gli Stati Uniti. Ma è anche il paese che in tutto il continente latino-americano è più forte e difende le proprie radici. C’è una potente carica d’identità culturale che mi ha sempre affascinato. Ma, attenzione, non è nazionalismo. E’ qualcosa di più profondo.

Anzi, questa riscoperta delle proprie origini inizia a penetrare negli stessi Stati Uniti dove esiste una forte comunità ispanica. La scrittrice chicana Sandra Cisneros ne ha fatto un cavallo di battaglia. E’ un segno di ripresa?

Non dimentichiamo che metà del territorio messicano è stato rubato a metà dell’Ottocento dagli Usa. Il New Mexico, l’Arizona, la California, il Texas, il Colorado, lo Utah. Che lì ci vivano dei messicani è naturale. Ci vivono da millenni. Prima erano aztechi, prima ancora maya. Guillermo Arriaga, lo scrittore e sceneggiatore messicano, autore di Amores Perros e di 21 grammi, ha detto: «Ci hanno tolto metà del territorio, ma state tranquilli, ce lo stiamo riprendendo». Con la più sana e pacifica invasione.

Forse, al di là degli aspetti politici - che furono contraddittori - il risultato più originale della rivoluzione messicana fu proprio la ricerca d’autonomia culturale. O no?

Il grande riscatto delle radici indigene parte proprio dalla rivoluzione. Fino ad allora gli indigeni erano considerati servi e schiavi, nei loro confronti prevaleva il razzismo. Ma da quel momento gli intellettuali avrebbero preso coscienza e iniziato a rivendicare le origini indigene anziché vergognarsene come avevano sempre fatto. Questo si può dire anche dell’altra rivoluzione con il quale il Messico ha chiuso il ’900, lo zapatismo.

C’è un filo che lega la prima e la seconda rivoluzione, tra l’inizio e la fine del ’900?

Sicuramente sì. Ambedue sono rivolte e rivoluzioni con caratteri totalmente originali, autoctoni. Non hanno importato ideologie dall’estero. Non hanno avuto bisogno di un Marx o di un Lenin come è invece avvenuto per altri paesi dell’Asia o dell’Africa. Il Messico aveva Zapata e Pancho Villa, aveva i suoi uomini d’azione e i suoi pensatori. Non è casuale che questa eredità non sia morta. E’ frutto del sangue e del sudore dei messicani.

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