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Parigi : brucia il palazzo degli immigrati, quattordici bambini arsi vivi

sabato 27 agosto 2005

di Daniele Zaccaria

Le fiamme divampano all’improvviso e si arrampicano per la tromba delle scale: dal terzo piano fino al tetto devastano tutto quello che incontrano, cose e persone. In pochi minuti un intero palazzo di Boulevard Vincent Auriol, 13 arrondisement sud di Parigi, diventa un’enorme camera di combustione.

All’interno decine di famiglie di origine africana, molti non hanno neanche il tempo di accorgersi del rogo che li coglie nel sonno. Altri tentano di raggiungere le finestre, perché nel frattempo le scale non ci sono più, sono state sbriciolate dalla furia dell’incendio.

Il fuoco è ormai alle loro spalle ma è ancora presto perché arrivino i primi soccorsi. C’è chi si lancia nel vuoto e trova la morte sull’asfalto. C’è chi aspetta sotto la doccia tentando di allagare l’appartamento. «Ho detto a mia moglie di non gettarsi dalla finestra, ci siamo avvolti negli asciugamani bagnati, resistendo fino all’arrivo dei pompieri, siamo stati fortunati», racconta al quotidiano Le Monde Jammey Saiagou, un inquilino del quarto piano ancora stato di choc. «La gente degli appartamenti vicini alle scale è rimasta in trappola», dice sconsolato un portavoce dei vigili del fuoco. Più che le fiamme, sono state le esalazioni velenose della tappezzeria bruciata, del legno, della gomma e della plastica dei fili elettrici ad uccidere gli abitanti. Un fumo denso e mortale, capace di asfissiare una persona in qualche secondo.

Alla fine ci sono voluti più di duecento pompieri provenienti da 23 caserme per domare l’incendio più grave del dopoguerra nella capitale francese. Ancora ignote le cause del disastro, anche se gli inquirenti privilegiano la pista dell’incidente. Il bilancio è quello di una strage: 17 morti, di cui 14 bambini, e trenta feriti, alcuni gravissimi. Venivano dal Mali, dal Senegal, dalla Costa d’Avorio e dal Gambia. La maggior parte di loro viveva in quel condominio dal 1992, ma si trattava di una "struttura transitoria" in attesa che il comune li assegnasse a un’abitazione definitiva. Facevano parte di un gruppo di lavoratori organizzato, che da anni chiedeva (invano) la sistemazione in un alloggio popolare (Hlm).

Era da tempo che il condominio di 20 Boulevard Vincent Auriol, di proprietà delle Poste e quindi dello Stato francese, aspettava di essere ristrutturato. Alcuni mesi fa la televisione pubblica France 2, in un’inchiesta sulle condizioni degli alloggi popolari di Parigi, aveva persino intervistato degli inquilini inferociti con le autorità. Se qualcuno avesse ascoltato meglio le loro testimonianze, la tragedia si sarebbe potuta evitare: solo nell’ultimo anno in quel palazzo erano stati scoperti in tempo cinque diversi focolai d’incendio, per non parlare della mancanza delle minime misure di sicurezza, dei continui problemi all’impianto di riscaldamento, dell’acqua che gocciolava dai tubi sui contatori della luce, dei cortocircuiti o delle esecrabili condizioni igieniche in cui vivevano le famiglie, con i topi che scorrazzavano gaiamente tra scale e corridoi. «Se dovesse scoppiare un incendio qui siamo tutti nella merda», aveva dichiarato profetica una ragazza alla giornalista che aveva realizzato il servizio televisivo. Malgrado le ripetute sollecitazioni al comune e al governo, «nessuno ha trovato una soluzione per ospitare gli inquilini per la durata dei lavori, i poteri pubblici ci hanno risposto che c’è penuria di abitazioni», s’indigna Jacques Oudot presidente della France Europe Habitat, la società che per conto dell’organizzazione umanitaria Emmaus gestiva la manutenzione dell’immobile.

A quattro mesi dall’incendio di Place de l’Opéra dove, nel rogo di un piccolo e fatiscente albergo per immigrati, persero la vita altri 24 lavoratori africani, si riapre la polemica sulle politiche degli alloggi popolari nella capitale. Jean-Baptiste Eyraud, responsabile dell’associazione Droit au logement (Dal), da più di un decennio in prima linea nella faticosa battaglia per il diritto alla casa in una delle città più costose d’Europa denuncia l’inerzia dello Stato e del comune, illustrando poi le allarmanti cifre dell’emergenza abitativa: «Solo nel centro di Parigi ci sono almeno 50mila famiglie che vivono in palazzi vetusti, in condizioni di estrema precarietà e insicurezza. Quanti morti ci vorranno prima che qualcuno si decida ad intervenire?». Cinquantamila famiglie vuol dire 2-300mila persone, praticamente una città di media grandezza, una città nella città, che ogni giorno sopravvive in condizioni d’altri tempi e in una cornice di estremo degrado, più consueta per una metropoli del Terzo mondo che per una luccicante capitale europea. E non tutti gli edifici appartengono allo Stato, che, con tutti i suoi limiti e le sue latitanze, in teoria non dovrebbe agire a scopo di lucro. Molto spesso i proprietari affittano a prezzi da usurai autentiche topaie in cui abitano ammassate decine di persone costrette ad accettare di vivere in condizioni subumane. Sicurezza zero, garanzie inesistenti e affitti regolarmente pagati in nero.

Al di là del cordoglio del presidente Chirac e del sindaco di Parigi Delanoe, il ministro dell’Interno Nicolas Sarkozy, incalzato dal rislato mediatico che ha avuto l’incendio, promette un salto di qualità da parte del governo e delle prefetture per limitare il problema, assicurando «un censimento di tutti gli edifici che presentino una situazione di pericolosità o di svraffollamento». Un atto dovuto, anche se le successive dichiarazioni del ministro appaiono ben poco rassicuranti: «La difficoltà sta nel fatto che molta di questa gente non possiede regolari permessi di soggiorno e quindi è impossibile poterle trovare una casa». Non ci vuole una sfera di cristallo per capire quale sarà il tenore di questo «censimento»: così tra una verifica di una scala anti-incendio e di un impianto elettrico, il populista Sarkozy potrà realizzare qualche spettacolare rimpatrio di immigrati caldestini, una delle sue specialità da quando occupa la scena politica francese. Anche per questo la presenza dei rappresentanti del governo sul luogo dell’incendio ha generato più rabbia che sollievo. Quando Jean-Louis Borloo, il ministro della Coesione sociale, scende dalla sua macchina blu scortato dalle guardie del corpo, ad accoglierlo non ci sono folle festanti, ma una salva di fischi e di «troppo tardi, troppo tardi» scandito dai superstiti e dai loro amici e parenti. «Siamo dei lavoratori e paghiamo le tasse, la sola cosa che può fare è darci un’abitazione, altrimenti poteva starsene anche a casa», gli urla in faccia un sopravvissuto al rogo.

http://www.liberazione.it/giornale/050827/LB12D6E1.asp